Arcigay Giovani, rete di una trentina di gruppi in tutta Italia, si è incontrata a Napoli ed è stata l’occasione per fare il punto sul futuro dei giovani LGBT.

(prima pubblicazione Pride maggio 2018)

 

“It’s complicated!”, è complicato parlare di giovani! Come il titolo che Dana Boyd, saggista queer americana, ha dato al saggio-viaggio nel mondo dei giovani: iperconnessi e più liberi, ma fragili e più incerti del proprio futuro. Più fluidi rispetto a modelli sessuali meno coercitivi, che intersecano più dimensioni e differenze. Un modo di vivere la diversità meno deflagrante ma a suo modo critico e forse anche rivoluzionario.

Nella ricerca di quest’anno di GLAAD (Gay & Lesbian Alliance Against Defamation) sull’accettazione e il coming out (negli USA), il numero dei millennials (cioè i nati tra il 1980 e il 2000) che si identificano come persone LGBT è quasi tre volte superiore a chi ha dai 52 ai 71 anni, e quasi doppio ai 35-51enni. L’esplosione della visibilità dei temi LGBT sui media – nel 2017 in più di sessanta serie TV/film/trasmissioni/spot passate in Italia era presente un personaggio LGBT significativo – e le (seppur timide) conquiste di diritti hanno portato alla luce un conflitto sociale a livelli mai vissuti. È una trincea in cui, come in tutte le guerre, chi paga il prezzo più alto sono i più deboli, i giovanissimi, le persone trans, i “nuovi” italiani.

Negli ultimi mesi le notizie sui giovani gay, le giovani lesbiche torturate e sottoposte a inaudite violenze da parte dei prossimi, familiari, amici, vicini, si sono moltiplicate. Massimo Battaglio di Arcigay tiene aggiornato sul suo profilo Facebook un report lunghissimo (e di soli casi noti) di episodi di omofobia in Italia. Moltissimi sono minori, ma qualche volta l’orrore sale alle cronache. A Casapesenna, in provincia di Caserta, don Michele Barone, esorcista star dei talk show televisivi, praticava riti violentissimi, con sevizie contro donne “indemoniate” e malati terminali. Un servizio de Le Iene (online la puntata del 14 febbraio 2018) mostra il modo con cui trattava, come fosse un oggetto, una bambina con problemi psichici, che più che segni di possessione erano conseguenza del clima violento che viveva in famiglia, dove i genitori che l’avevano “affidata” al santone, forse cercavano di distrarre il demonio che aveva già “contagiato” la sorella maggiore, lesbica, che ha fatto partire la denuncia contro la sua stessa famiglia. Da un comune dell’area nord di Napoli il caso di un 14enne che i familiari hanno preso continuamente a botte, e che riportava segni di violenza e ustioni alle caviglie provocate da benzina. Pare che gli adulti a cui si era rivolto non avessero dato il giusto peso alle violenze, finchè il Telefono Amico del Gay Center di Roma ha intercettato la richiesta di aiuto e si è attivato denunciando il caso alla Procura che ha ritenuto opportuno trasferire il minore in una struttura protetta.

Per Giorgio Barillà di Torino, a 19 anni il più giovane unito civilmente d’Italia, e per il marito Niccolò, di origini cinesi, l’aspirazione è “cambiare paese. L’Italia ci sta davvero stretta per innumerevoli motivi”, ci racconta, “Lavorativi, culturali e per gli italiani – con cui non condividiamo sostanzialmente niente: trovo che siamo diventati un popolo di razzisti sconsiderati pieni d’odio. Non mi riconosco più in questo paese e non voglio rimanerci più del dovuto. Stiamo programmando il tutto per andare via il prima possibile”.

C’è però chi resta e lotta. In Arcigay, dei circa seimila soci attivisti, chi non solo ha la tessera ma frequenta attivamente l’associazione, seicento avevano meno di 28 anni (dati 2016), organizzati in una rete dedicata, Arcigay Giovani, formata da una trentina di gruppi in tutta Italia, che organizza tanti eventi finalizzati allo scambio di buone prassi e al rafforzamento della rete, come Agorà, iniziativa residenziale di incontro, dibattito ed elaborazione politica, o gli incontri periodici di ciascuna delle tre macro-aree territoriali (due al Nord e una al Sud).

In occasione del primo incontro a Napoli, abbiamo incontrato Carmine Ferrara, referente nazionale per il Sud: “I giovani del Mezzogiorno vivono il disagio della disoccupazione giovanile, che qui raggiunge percentuali altissime, accentuato dalle difficoltà connesse alla discriminazione omotransfobica che si riscontrano al momento dell’ingresso nel mondo del lavoro. Nelle associazioni registriamo tantissime richieste di supporto da parte di ragazze e ragazzi cacciati di casa a causa della loro identità di genere o del loro orientamento sessuale. Questo fenomeno, che si registra sostanzialmente in tutto il paese, al Sud è amplificato dal retaggio culturale ancora forte del patriarcato. Proprio per incidere sul piano culturale, io ritengo di vitale importanza l’azione di formazione all’interno delle scuole, all’interno delle quali riusciamo finora a entrare con non poche difficoltà, per prevenire e contrastare il bullismo e destrutturare gli stereotipi di genere che sono elementi fondanti dei comportamenti violenti e discriminatori”.