Mercoledì 23 gennaio 2019 Libero usciva con un titolo di testa che potremmo definire “dadaista”: Calano fatturato e Pil ma aumentano i gay.

Secondo le parole di Tristan Tzara, uno dei fondatori di questo movimento artistico rivoluzionario di avanguardia nato nel 1916 a Zurigo, “Dada non significa nulla”, che è esattamente il senso di quanto scrive il quotidiano diretto da Pietro Senaldi, pur se a rigor di logica hanno ragione.

Attualmente il prodotto interno lordo italiano è in diminuzione e il numero di persone che si definiscono LGBT è in aumento. Entrambi i concetti sono dati di fatto, ma è il metterli insieme che stride e che, avendo noi un minimo senso dell’ironia, consideriamo solo un paragone poco raffinato che però ha creato un enorme sollevamento di scudi.

Secondo i dadaisti stessi, il dadaismo non era arte ma era anti-arte, e secondo noi questo non è giornalismo ma è anti-giornalismo. In Italia è ancora troppo semplice usare “i froci” per far parlare di sé almeno per un giorno.

Lo sappiamo bene, perché come rivista Pride siamo stati accusati dal quotidiano La Verità, e qui siamo all’ossimoro bello e buono, che lo sterminio nazista dei gay sia tutta un’invenzione della stampa LGBT. Francesco Bonazzi ha firmato un’intera pagina intitolata “Utilizzano anche Auschwitz per fare propaganda ai gay. La rivista Pride si inventa l’Omocausto e organizza il treno della memoria per celebrare il ricordo di coloro che sono morti nei lager perché omosessuali”.

Definire una tesi negazionista della Shoah, a due giorni dalla giornata della Memoria del 27 gennaio, come “poco raffinata” ci renderebbe dadaisti anche a noi e non ci pare il caso. E a onor di cronaca la rivista Pride non c’entrava nulla con l’organizzazione del Treno della Memoria che dal 2016 dedica uno dei viaggi ai temi LGBT.

Negare il sacrificio degli uomini con il triangolo rosa cucito sulla casacca di prigioniero di un campo di sterminio (li concentravano per ucciderli), e quello delle donne lesbiche purtroppo ancora troppo poco documentato (nel 70° anniversario della liberazione del campo di concentramento femminile, a Ravensbrück fu posata una pietra commemorativa per le lesbiche perseguitate e uccise lì) è… volgare? Inumano? Violento? Da denuncia?

Quando lessi la notizia sul sito Gayburg chiesi al telefono all’avvocato (eterosessuale) che ci seguiva di fare un esposto all’Ordine dei giornalisti, la vittoria era assicurata, ma la mia richiesta non fu accolta.

Ero arrabbiato e frustrato, e mi chiesi se un avvocato omosessuale avrebbe reagito in maniera opposta e con prontezza. Ammetto adesso una mia colpa: non mi venne in mente di chiedere aiuto all’associazione Rete Lenford, ma la decisione e l’azione comunque non sarebbero potute essere mie ma della proprietà della testata. Avrei potuto insistere, ma in qualche modo fui inconsciamente condotto a essere acquiescente dalla mia non del tutto espulsa omofobia interiorizzata. E qui arrivo al nocciolo della questione che mi ha stimolato a scrivere questo articolo.

Quanta e quale colpa abbiamo come comunità LGBT se nel 2019 in Italia praticamente chiunque, perdonatemi la generalizzazione, si sente autorizzato a usare “i gay”, altra generalizzazione, per riuscire far parlare solo di sé e non parlare di, a, con noi?

Questo che segue è il comunicato stampa diffuso da Arcigay nazionale e firmato dal Segretario generale Gabriele Piazzoni.

“EDITORIA, ARCIGAY CONTRO TITOLO LIBERO: “INSINUAZIONE BECERA, NON INFORMAZIONE. COSÌ SI SOLLETICA L’ODIO TRA LE PERSONE”

Bologna, 23 gennaio 2019 – “Nel titolo di prima pagina con cui il quotidiano Libero è uscito in edicola questa mattina, c’è il tentativo becero di insinuare un legame tra due fenomeni, il calo del Pil e l’aumento della visibilità delle persone lgbti, che evidentemente non hanno alcun rapporto diretto di causa effetto”: lo dichiara Gabriele Piazzoni, segretario generale Arcigay. Che prosegue: “Già soltanto parlare di aumento degli omosessuali significa fraintendere l’informazione che Libero stesso pubblica a pagina 3, nell’articolo a firma della giornalista Giovanna Cavalli, dove si  parla correttamente di aumento della visibilità (e non del numero) delle persone lgbti,  riportando con precisione dati e analisi assolutamente rispettabili, che scattano una fotografia interessante del nostro presente. Ma a costo di squalificare il lavoro degli stessi colleghi, il direttore ha scelto di puntare, nel titolo in prima pagina, sull’ambiguità e di insinuare ciò che l’articolo non dice mai e che è impossibile anche solo tratteggiare. Nel farlo, chissà se se ne rende conto, oltre a dire una falsità, crea un retropensiero, ammicca a un rapporto di causalità assolutamente strampalato (saranno i gay a far calare il Pil? O le crisi economiche rendono le persone omosessuali? O i gay speculano sulle crisi economiche?) e istiga all’odio, perché qualsiasi lettura si dia di quel titolo, il sapore che resta è sempre amaro. Libero, d’altronde, usa metodicamente l’hate speech come titolo sensazionalistico: lo ha fatto contro i migranti, i musulmani, le donne, le persone lgbti. Tuttavia, proprio perché a questi titoli corrisponde evidentemente una strategia, non siamo disposti a tollerarli né tantomeno a normalizzarli. Per questo, invieremo oggi stesso un esposto al Consiglio di disciplina dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia affinché intervenga”, conclude Piazzoni.”

Mi auguro questa volta vada in porto l’esposto all’Ordine dei giornalisti, con tutti i tempi necessari che mi fu paventato essere molto lunghi (quindi tanto valeva lasciare perdere). Mi auguro altresì che come comunità LGBT+, insieme ai nostri alleati eterosessuali, alziamo tutte e tutti la testa e facciamo sentire le nostre potenti e plurime voci ogni volta che è necessario (il caso Barilla insegna che siamo in grado di mettere in ginocchio una multinazionale), in modo che nessuna persona si senta mai più autorizzata a sparlare di noi, perché tanto “i ricchioni” non si lamentano e, in fondo, anche quando parlano non li ascolta nessuno. Per ora?