Il genere è fluido? L’identità pure? Possiamo davvero essere ciò che vogliamo? Definirsi maschio o femmina ha ancora senso? Facciamo chiarezza, a partire da una petizione che voleva togliere la lettera “T” di trans dalla sigla del movimento LGBT.

(prima pubblicazione Pride novembre 2017)

 

Due anni fa apparve online una petizione per togliere la “T” dalla sigla LGBT: era più che altro una provocazione per costringere a riflettere su come mezzo secolo d’incrostazioni teoriche abbiano ormai cambiato quello che “crediamo” di sapere sui rapporti fra LGB e T, al punto da rendere necessario un ripensamento.

Lo stesso scopo ha il presente intervento che, lo anticipo per i diversamente alfabetizzati, sostiene che non è il caso di toglierla ma che è il caso di far la fatica di riflettere.

Non prendo molto sul serio l’iniziativa in sé, che nella sua mania di regolare per decreto la lingua svela d’essere un’“americanata” quanto la mania di regolare per decreto la lingua che la petizione rinfaccia agli/alle attivisti/e trans. Tuttavia merita discussione almeno la tesi centrale, ossia che la sigla LGBT mischia una problematica legata all’orientamento sessuale con una problematica legata all’identità di genere, due questioni differenti. Questo è un dato di fatto innegabile, e crea contraddizioni.

Eppure, messa in questo modo, la petizione sbaglia, perché combatte in ritardo la battaglia del decennio passato. Il “Culto trans” ha infatti già decretato ormai che il sesso è un epifenomeno (ossia una conseguenza marginale) del genere: noi “crediamo” che esistano due sessi biologici perché influenzati dal pregiudizio “binarista” secondo cui esistono due generi, tuttavia questa credenza non ha nessun rapporto con una presunta realtà biologica: i sessi sono infatti da cinque in su. Dopodiché il Culto trans è pure arrivato a teorizzare che l’interesse esclusivo per un solo sesso non ha senso, essendo frutto d’una educazione limitante, ragione per cui tutt* dovremmo andare a letto con tutt*, specie con coloro che sostengono questa tesi, in caso contrario saremmo transfobici. Infatti “avere preferenze per un genitale è transfobico”. Tesi questa che configura la più colossale “teoria riparativa” (alla rovescia) mai concepita nella storia umana.

È palese che sulla base di questo ragionamento l’esistenza stessa d’un movimento LGB non ha senso; in altre parole i sostenitori della T (ossia i cosiddetti social justice warriors, che sono cosa diversa dalle persone trans) hanno già provveduto loro alla separazione della sigla LGBT, espellendone LGB.

Ma se è solo per questo, anche della T si curano ben poco. Infatti il Culto trans non è nato per fare gli interessi delle persone trans. Esso risponde alla necessità di depotenziare le rivendicazioni del movimento LGBT deviandole sul binario morto dei pronomi e degli spogliatoi, e al tempo stesso di “attaccare alle spalle” le donne e il femminismo. Ciò permette a maschi eterosessuali di presentarsi come “donne lesbiche” e dettare le norme di quello che una “vera” femminista deve seguire, se non vuole rivelarsi una TERF (trans exclusionary radical feminist), ossia una bigotta transfobica. Da questo punto di vista, e solo da questo, la richiesta di “eliminare la T” dalla sigla LGBT avrebbe un senso, semplicemente perché le richieste del Culto trans non hanno nulla a che vedere con quelle del movimento LGBT (e femminista), ma soprattutto perché non hanno minimamente a cuore i problemi delle persone transessuali. Affermo ciò per quattro motivi: in primo luogo, esiste una contraddizione insanabile tra l’affermazione di ogni persona trans da un lato (ossia aver saputo di appartenere all’altro genere, spesso addirittura dall’infanzia, per un sentimento innato e insopprimibile) e dall’altro l’affermazione del Culto trans secondo cui sesso e genere sono categorie arbitrarie, “attribuite” dall’esterno dalla società.

Le due affermazioni non possono essere vere entrambe: o l’identità di genere contiene un elemento innato e indipendente dall’attribuzione sociale e dall’educazione, e quindi immodificabile con la volontà, oppure è un accidente della socializzazione, una convenzione arbitraria, quindi “aggiustabile” ai voleri sociali.

In secondo luogo, negando l’esistenza di legami tra sesso e genere (magari ancora oscuri e da chiarire con ricerche scientifiche), e soprattutto tra sesso e identità di genere, i SJW hanno reso inutilizzabile il fondamentale concetto di “identità di genere”.

Esso ha infatti senso solo se rimanda a un “sesso” che esiste in quanto caratteristica autonoma, ma se il sesso fosse solo una conseguenza del genere, allora ci chiuderemmo in un ragionamento circolare, privo di senso. Non pretendo d’essere creduto sulla parola: chi mi legge provi a definire, se ci riesce, il concetto di “genere” senza usare nessun termine che rimandi al sesso (“uomo”, “donna”, “maschile/virile”, “femminile/donnesco” eccetera). Il concetto di “genere” ha senso solo se si dà per scontata che i sessi esistano in modo autonomo e indipendente dal genere, altrimenti diventa giusto un altro modo per ripetere, in maniera più tortuosa, “sesso”.

Ora, se viene meno il concetto di “identità di genere”, il transessualismo cosa cavolo è? Solo un capriccio, il che è esattamente quel che i SJW ammettono, rivendicando il diritto alla “fluidità” del genere, ossia a cambiare genere e identità di genere a seconda di come ci si alza alla mattina.

Tutto ciò contraddice la richiesta delle persone trans di riconoscere il loro genere di elezione come “vero” in quanto innato, e quindi non dipendente dalla loro volontà.
In terzo luogo, i SJW riescono a tenere i piedi il loro teatrino soltanto a patto di accettare come “dati di fatto” i più triti stereotipi di genere. Essere donna, per loro, significa impiastrarsi il trucco e il rossetto sulla faccia. Se un maschio lo fa, o si mette scarpe col tacco alto, allora automaticamente “diventa” una donna. Per i SJW l’abito fa il monaco (cercate su un motore di ricerca Alex Drummond o Danielle Muscato).

Non posso non sottolineare come anche questa concezione neghi l’esistenza di persone che “sono” transessuali per ragioni intime e innate. Secondo Judith Butler il genere è performance, ma qui ci siamo spinti un passo oltre: anche il sesso è performance, quindi se io recito lo stereotipo della donna, allora sono una donna. E se ho un pene? Nessun problema, basta ridefinire i concetti di uomo e donna: “Alcune donne hanno il pene. Fatevene una ragione”. E se qualche donna obietta a questa “originale” visione? Allora è TERF, e merita d’essere picchiata.

Io in questo squallido ragionamento vedo solo stereotipi etero-patriarcali e omofobici, in cui maschi picchiano e minacciano di morte donne che non vogliono obbedire alle loro intimazioni. Il fatto che questi maschi abbiano spiaccicato trucco sulla faccia e si facciano chiamare Lulù non cambia la realtà dei fatti: violenza maschile (col trucco) contro le donne.

Ovvio, non tutte le persone vittime del Culto trans sono in malafede. Alcune sono semplicemente vittime dell’idea che l’anarco-capitalismo, fin dalla sua affermazione sotto Reagan e Thatcher, ripete da tre decenni: “Puoi essere ciò che vuoi. Basta volerlo con sufficiente forza”. Quindi, un maschio biologico eterosessuale non transizionato, con barba fluente, diventa una donna se “desidera fortemente” essere tale. E se fa un’avance a una donna lesbica e costei rifiuta, è perché costei è transfobica, è TERF.

Rammento allora a chi mi legge che la strategia del movimento femminista e di quello LGBT non è mai consistita nell’aderire agli stereotipi di genere, bensì nel mandarli a farsi fottere (gender-fucking). Un gay vestito da drag sa di essere un maschio con addosso un vestito da donna: semplicemente si sta prendendo gioco degli stereotipi di genere. Una donna lesbica che si mette il giaccone di cuoio e inforca una Guzzi rombante, ha perfetta coscienza d’essere e restare donna, semplicemente sta rifiutando i ruoli di genere imposti dalla società a donne e uomini.

La sottocultura omosessuale, da secoli (nelle mie ricerche storiche ho trovato “sodomiti” che parlano di sé al femminile e si chiamano a vicenda “sorella” già nel Seicento), si fa beffe dell’idea eteronormativa per cui sesso biologico, ruolo di genere, identità di genere ed orientamento sessuale siano un pacchetto unico che (come affermano i “no-gender”) può essere solo o accettato o rifiutato in blocco. La “scheccata”, il drag, il camp, o il butching up delle donne “camioniste” hanno invece senso proprio perché chi li adotta ha coscienza d’appartenere al proprio sesso di nascita, dimostrando che questo “pacchetto unico” non esiste.

Il Culto trans ha delegittimato questa tradizione. Così facendo, i suoi sacerdoti han preso due piccioni con una fava: ri-legittimano la supremazia maschile sui luoghi delle donne, e al tempo stesso riaffermano il valore normativo degli stereotipi di genere. (Ma Danielle Muscato, in quanto donna con un corpo al 100% maschile, non sfida gli stereotipi di genere? Ovviamente no, per il banale motivo che Muscato non è una donna: sembra un uomo… ed anche lo è: sai che sfida!).

In quarto e ultimo luogo, i SJW, in quanto realtà profondamente di destra, non hanno minimamente a cuore la condizione effettiva, materiale, delle persone transessuali. A loro interessa solo l’aspetto simbolico, teorico, che “fa fino e non impegna”. In un mondo in cui per le persone transessuali il problema numero uno è il lavoro, costoro si concentrano su questioni di contorno come i cessi o l’imposizione per legge dei pronomi “ze “ e “zir”. Domanda: ma le persone trans, cosa ci guadagnano dall’essere disoccupate, però apostrofate come “zir”?

Traiamo le conclusioni.

Mi pare sia evidente che la petizione di change.org sia interessante nella misura in cui richiama l’attenzione su problemi esistenti, però al tempo stesso sia mal posta. Non sono infatti le persone trans ad avere perso il contatto col movimento LGBT, e ad avere iniziato ad agire in modo omofobico, misogino, e perfino transfobico. Sono i teorici del Culto trans (spesso eterosessuali) che si sono autonominati loro portavoce, che sostengono con paroloni “di sinistra” punti di vista che, se accettati, rendono addirittura impensabile l’esistenza d’un movimento LGBT.

Se poi questa mia conclusione apparisse tortuosa, allora provate con quest’altra: tutte le persone trans sono state omosessuali prima della transizione, o lo sono diventate dopo di essa: in un caso o nell’altro, anche a volerle cacciare dalla finestra come T, rientreranno a pieno titolo dalla porta come LGB. Condizione lesbica e gay e condizione trans sono comunque collegate, magari in modo misterioso e ancora da chiarire, ma collegate.

Insomma, “tanto rumore per nulla”: i nostri veri nemici non sono le persone trans, bensì i profeti e le sibille del culto tran”, difensori della visione eteronormativa del mondo, nella quale l’eterosessualità è data come fatto “ovvio” e mai messa in discussione, laddove la condizione LGBT è incessantemente “decostruita”, spezzettata, depotenziata, e dichiarata priva di senso.

A chi giovano?