Con una testimonianza dall’interno proviamo a discutere di chemsex, superando il tono moralistico delle analisi che fin qui hanno raccontato i festini gay a base di sesso e droga.

(prima pubblicazione Pride dicembre 2017)

 

Metanfetamina, cocaina, GHB e sesso di gruppo e in gruppo sono gli ingredienti del chemsex, festini che possono durare anche più giorni. Quando la stampa o la TV affrontano l’argomento lo fanno per mettere (correttamente) in guardia dai pericoli dell’abuso di stupefacenti, ma con un tono che non va più in là di un gretto moralismo scandalistico. Prova ne sia la qualità degli ultimi titolo di analisi sull’argomento come “Sesso e droga nei party chemsex: ecco il servizio choc di Nemo”, “Chemsex, quel mix di droga e sesso che mette a rischio la salute”, “AIDS, allarme chem sex” o “Chemsex, pur di non rinunciare è corsa alla profilassi anti HIV” e via allarmando.

Bruno, che ci chiede di restare anonimo, ha oltre quarant’anni e ha partecipato a numerose nottate a base di sesso e stimolanti . Ecco quello che ci ha raccontato della sua esperienza.

Il Corriere della Sera qualche mese fa lanciava l’allarme: “chemsex party, festini a base di sesso non protetto e sostanze psicoattive, continuano a diffondersi in Europa, a ritmo sostenuto e schema ormai rodato”. È così anche in Italia?
Sì, e non si tratta di una novità, perlomeno nelle città con giro gay più sostanzioso. Ne posso menzionare alcune, per vissuto e per sentito dire: anzitutto Milano, poi Roma, Bologna, Catania… e d’estate Gallipoli. Se ne fanno soprattutto durante i ponti, e in varia misura nei weekend.

Hai frequentato questi party?
Ho partecipato a un certo numero di party Non saprei dire a quanti precisamente, poichè per contarli dovrei distinguere tra “mini party” da non contare e “party” propriamente detti tra gli uni e gli altri c’è una gamma di casi intermedï. Si va da festini improvvisati che durano poche ore fino ad altri che iniziano un venerdì sera e si protraggono, tra alti e bassi di attività, per un giorno intero o due. Il “mainstream” giornalistico italiano sembra non distinguere tra chemsex party e naked party, ma si tratta di due cose diverse, come sappiamo. I primi si svolgono tra mura private, i secondi quasi sempre in locali sogetti a regole. Inoltre (e crucialmente), per andare a un naked non occorre nessun invito, mentre per andare a un chemsex ne occorre uno; e se si tratta di un party non molto grande occorre pure un nullaosta (diciamo così) da tutti i partecipanti.

Come si svolgono?
Anzitutto seguono degli schemi quasi rituali che non è facile descrivere. Quando qualcuno arriva a un festino, si spoglia completamente, e comincia a fare soprattutto due cose: assumere chems in compagnia e scopare. E deve farlo senza perturbare. Non sta bene, per esempio, che uno si comporti in modo famelico, o poco rilassato, o che stia inibito, o che scopi solo con certuni, o che parli troppo (o troppo poco), eccetera. Gli atti sessuali tra i partecipanti si svolgono un po’ caoticamente, e nei momenti e casi più accesi sono assai vari. Ci si ammucchia in posizioni intricate e mutevoli su letti, divani, tappeti, oppure ci si apparta in due o tre, dsinibendosi senza invadenze.

Le droghe e i chems sono una componete fondamentale di queste serate orgiastiche…
Il sesso oscilla tra hard e soft e tende ad avvenire a ondate, tra le quali si assumono chems sintetici e anche droghe. Il più comune dei primi, nella mia esperienza, è il GBL, mentre tra le seconde spicca la cocaina basata. I chems gassosi vengono condivisi spesso con baci a ventosa, e certi chems liquidi vengono spruzzati a volte da qualcuno, con siringhe senz’ago, nel cavo pre-anale di qualcun altro. Ogni tanto avvengono delle penetrazioni, e a volte vengono adoperati “giocattoli” (cosa che io amo, personalmente). Non è frequente che vengano usati condom, mentre è frequente, invece, che venga offerto gel lubrificante e sildenafil (cioè viagra). Il costo dei chems viene diviso variamente, a seconda dei casi, tra ospitanti e ospitati. Dopo alcune ore di baldorie c’è sempre gente che si mette a dormire, specie se ha assunto troppo GBL, e alla fine della giostra c’è molto da mettere in ordine e pulire.

Il tono degli artitoli che raccontano il fenomeno è spesso di denuncia, gioca sui pruriti del lettore e alimenta le paure sull’hiv. Cosa ne pensi?
Non piace neanche a me. Drogarsi non è un reato, in sè, per quel che so (ma non ne so molto), e scopare in gruppo non è niente di immorale. Per cui c’è ben poco da denunciare, parlando di chemsex.
Al massimo si può discutere di quanto sia salubre o insalubre praticarlo abitualmente, per la psiche e per il corpo. Gli articoli a cui alludete sono pruriginosi, è vero, ma ciò mi pare normale. Parlano di bunga bunga, mica di riunioni aziendali. Ciò che io vedo in essi, soprattutto, è l’idea detestabile (e inconsapevole?) che gli uomini gay non sappiano regolarsi quanto gli altri, quasi per natura. Come se quelli eterosessuali si drogassero meno, e come se non organizzerebbero orgette a raffica se potessero farlo facilmente come noialtri.
Riguardo all’HIV, è desolante che il mainstream giornalistico sembri ignorare, nel 2017, che le persone in terapia anti-virale stabile non sono né infettive, né, sostanzialmente, re-infettabili, come dimostra una mole consolidata di studi ed evidenze. Molta gente con il virus che pratica chemsex è appunto in terapia, e pertanto non può essere additata come incosciente. A parte ciò, posso dire che non è poca la gente che nel chemsex mantiene cautele contro il virus, pur assumendo chems. Di incoscienti ce ne sono, è vero, ma non si può dire sommariamente che i festini ne siano pieni, come sembrano fare quegli articoli.

Torniamo ai party: sono organizzati?
Alcuni sì, vengono pianificati con anticipo, anche da mesi prima. Gli altri sono più improvvisati, iniziano con pochi invitati e poi si arricchiscono di altra gente come capita. In ogni caso è raro che un party inizi e finisca con gli stessi partecipanti. Chi ama il chemsex di gruppo tende a vivere i rapporti sessuali come consumi, per cui non rimane molte ore a un festino se ogni tanto non arrivano nuovi maschi e se finiscono i chems. I partecipanti iniziali e successivi vengono reclutati tramite Whatsapp (non di rado in gruppi appositi), oppure su Grindr (o app similari), e spesso pure “all’antica”, cioè in posti di aggregazione gay (locali, eccetera). Un party di quelli cospicui arriva ad avere decine di partecipanti, da inizio a fine.

Nello studio Piacere Chimico, disinibizione, sensibilità e piacere sono le parole che secondo più del 75% degli intervistati descrivono meglio il rapporto fra sesso e droghe. È davvero così?
Certi chems inducono un genere di ebbrezza che rende facile e quasi automatico spogliarsi dalle inibizioni sessuali, permettendo così al desiderio sessuale di venir fuori in massa, tanto da parere amplificato, e alla mente di incamerare appieno i piaceri sessuali, senza filtri. Nei festini si approfitta di ciò tutti insieme, e lo si fa, tra l’altro, mantenendo una specie di tregua dai proprï rapporti interpersonali, che finisce assieme al festino stesso. Può avvenire, così (e avviene), che in una sessione di chemsex finiscano a scopare intensamente tra loro persone che sostanzialmente si detestano, o che, dopo, a malapena si saluteranno.

Perchè hai deciso di raccontare a Pride la tua esperienza. Sei pentito?
No, non sono pentito di aver partecipato a festini. L’ho fatto e lo rifarei, se tornassi indietro, e forse lo rifarò pure, ma con cognizione, e sempre senza assumere droghe pesanti (che infatti non ho mai comprato). I festini sono come certi alcolici, diventano facilmente un’abitudine e in qualche modo un vizio, e se lo diventano fanno male. Ho conosciuto persone che parevano incapaci di farsi una chiusa a due, specie senza chems, e altre che, peggio ancora, misuravano una parte del proprio valore contando i festini a cui venivano invitati. Inoltre c’è gente che spende in viaggi essenzialmente per andare a festini come “new entry”, e che per farlo sovverte le più ragionevoli priorità. Io a un certo punto mi sono accorto che pensavo troppo al chemsex di gruppo, e di più non posso dire senza accennare a vicende personali. Il segno che mi hanno lasciato i festini è che continuo a pensarci più di quanto dovrei.

Il fenomeno della disinibizione, e il bisogno di alcol o droghe per fare sesso è, in un certo modo, legato alla cultura cattolica della colpa nella quale siamo immersi. In realtà il fenomeno del chemsex è molti diffuso anche nel Nord Europa… Come lo spieghi?
Per me, una volta tanto, la cultura cattolica non c’entra niente. C’entra parecchio, invece, la cultura protestante globalizzata; c’entra il “work hard, play hard”, “lavora dura, gioca duro” delle etiche protestanti. La gente che ama il chemsex è spesso oppressa da vite ottundenti, cariche di stress, ansie, e inibizioni, nel lavoro e nel tempo libero; non è oppressa da una morale cattolica interiorizzata. È gente costretta a vivere roboticamente, che alla fine ha bisogno di sostanze psicoattive, per riuscire a spensierarsi e de-inibirsi veramente. C’è un proverbio che dice “il cazzo non vuole pensieri”. Bene, il chemsex è un modo artificiale e facile per sgravarsi dai pensieri che “lui” non vuole. Mi è parso, addirittura, che con il chemsex alcune persone si prendano al sabato una specie di rivalsa su ciò che patiscono, prima e dopo, il lunedì. Tutto ciò vale per il chemsex in generale, non specificamente per quello di gruppo.

Il movimento gay nasce come movimento di liberazione sessuale. Il chemsex è una pratica di liberazione?
Il chemsex non libera da niente. Se qualcosa opprime la sessualità di una persona, dall’interno o dall’esterno di essa, non si può pensare che assumendo droghe quella persona possa liberarsi dall’ oppressione.
Sarebbe come pensare che se abitiamo su una via rumorosa (che può essere il mondo dentro di noi o quello fuori, o entrambi), possiamo liberarci dal rumore mettendoci tappi nelle orecchie. Invece tocca cambiare la via, o cambiare vita.