La tornata elettorale del 24 e 25 febbraio vede alcuni protagonisti del movimento glbt chiedere il voto alla comunità omosessuale con programmi, incontri e promesse che riguardano non solo la lotta all’omofobia e alla transfobia o la promozione del matrimonio egualitario ma anche (ancora…) le unioni civili e altre forme giuridiche di riconoscimento di alcuni diritti.
Nel centro sinistra è candidato alla camera Ivan Scalfarotto, vicepresidente del Partito democratico, come tredicesimo in lista in Puglia, dove si prevedono diciannove eletti. Nelle elezioni del 2008 è stato il primo dei non eletti e da vicepresidente del Pd (dal 2009) ha contribuito a spingere il segretario, Pier Luigi Bersani, verso l’attuale posizione sui diritti civili “alla tedesca”. Si tratterebbe in parole povere di una convivenza registrata, un istituto giuridico diverso dal matrimonio e riservato alle sole coppie omosessuali. Guai insomma a parlare di matrimonio, che è sempre un’altra cosa e rimane riservata all’aristocrazia eterosessuale.
Ma torniamo a Scalfarotto: classe 1965, renziano, è stato anche candidato alla leadership nazionale del centrosinistra alle elezioni primarie dell’Unione del 2005. Vent’anni di esperienza nelle risorse umane a livello internazionale, Scalfarotto lavora a Milano come consulente per gruppi industriali e finanziari. Ha fondato Parks (www.parksdiversity.eu), un’associazione che riunisce aziende per creare ambienti di lavoro inclusivi e rispettosi di tutti i dipendenti e in particolare di quelli glbt. In molti nel web hanno rimproverato a lui e alla sua collega di partito Paola Concia, di essersi sottratti alle primarie (sottraendo quindi un posto a chi le primarie le ha fatte): la preoccupazione degli attivisti glbt è che entrambi, per compiacere la benevolenza di chi li ha “nominati”, possano anteporre le ragioni del partito a quelle della comunità glbt.
Nella Carta d’intenti del Pd si legge la solenne promessa: “Daremo sostanza normativa al principio riconosciuto dalla Corte costituzionale, per il quale una coppia omosessuale ha diritto a vivere la propria unione ottenendone il riconoscimento giuridico. È inoltre urgente una legge contro l’omofobia”. “Se tale legge”, dichiara Scalfarotto, “fosse una legge europea, all’altezza di quella inglese o tedesca, e se come appunto accaduto a Londra si cominciasse con una legge sulle civil partnership dal contenuto identico al matrimonio (col nome che magari segue dopo qualche anno) io credo che varrebbe la pena discuterne. Ha funzionato a Londra e ha educato gli inglesi portandoli al dibattito di oggi, dove anche la destra appoggia il matrimonio gay”. Quindi conclude: “L’obiettivo resta l’uguaglianza piena dei diritti e quindi il matrimonio, è chiaro. Ma la strada verso la parità è lunga e siamo a uno snodo cruciale”.
L’altra “paracadutata” in lista è Anna Paola Concia, candidata al senato, numero 3 in Abruzzo, dove ci si attende l’elezione di due o tre del Pd. Alle politiche del 2008 è stata candidata in Puglia per il Pd ed è stata eletta deputata, unica lesbica (dichiarata) nel parlamento in questa legislatura. Classe 1963, dopo aver fatto coming out ha iniziato a impegnarsi per i diritti civili, diventando portavoce e componente del direttivo nazionale di Gayleft, la consulta glbt dei Ds e in seguito portavoce del tavolo nazionale glbt del Pd. Per paura di restare fuori dal Parlamento, Concia aveva mobilitato una serie di personalità (da Lucia Annunziata a Barbara Palombelli a Mara Venier) che hanno firmato un appello per la sua candidatura. “Dopo una legislatura di scelte conservatrici e antistoriche”, si legge nell’appello, “il tema dei diritti civili nel nostro paese ha urgenza di trovare spazio e soluzioni. Perché non riguarda solo chi diritti non ha, ma coinvolge l’intera nazione e ne dimostra il grado di civiltà. Anna Paola Concia in questa sua prima legislatura ha lavorato con dedizione, passione e coraggio su questi temi”.
“Ho lavorato e lavoro ogni giorno per il matrimonio omosessuale”, spiega Concia, “lo faccio nel mio partito, nel parlamento e nel paese. Ho presentato un ordine del giorno all’assemblea nazionale del Pd proprio su questo tema, che non è stato messo ai voti dalla presidenza, nonostante fossi intervenuta per chiedere che si procedesse con la votazione. Già nell’agosto del 2008, ho presentato alla camera dei deputati una proposta di legge per introdurre il matrimonio tra persone dello stesso sesso in Italia e per 4 anni è stata la sola proposta. Se farò parte del prossimo parlamento ho chiesto di entrare nella commissione giustizia e sarò di certo tra coloro che lavoreranno per il matrimonio omosessuale”.
Anche Sergio Lo Giudice, presidente onorario di Arcigay e capogruppo democratico nel consiglio comunale, è a favore del matrimonio. Si è presentato alle primarie del Pd e grazie a più di 4800 voti raccolti a Bologna è arrivato settimo tra quattordici candidati risultando l’unico candidato omosessuale del partito in tutta Italia a raggiungere un risultato utile all’elezione (dodicesimo posto in Emilia Romagna). Classe 1961, insegna storia e filosofia al Liceo Copernico di Bologna. Nel marzo 2008 la ministra Barbara Pollastrini lo nomina presidente della Commissione per i diritti e le pari opportunità per lesbiche, gay, bisessuali e transgender, presso la presidenza del consiglio dei ministri. Nel 2009 e nel 2011 viene rieletto consigliere comunale di Bologna (risultando il secondo candidato omosessuale a ottenere più preferenze in Italia) nella lista del Pd. Nel 2011 si è sposato a Oslo, con rito civile, col suo compagno Michele Giarratano, annunciando di voler intraprendere le azioni legali necessarie per ottenere il riconoscimento dell’unione anche in Italia. “Sono impegnato per l’estensione del matrimonio civile alle coppie dello stesso sesso, per il riconoscimento dei diritti dei bambini che crescono in famiglie omogenitoriali, per una legge contro l’omofobia e la transfobia, per la piena uguaglianza dei diritti delle persone glbt”, dichiara senza esitazione.
Altro volto noto al movimento glbt che si è presentato alle primarie è Alessandro Zan, esponente di Sinistra ecologia e libertà. A Padova è risultato il più votato nella lista maschile del partito di Nichi Vendola ed è capolista in Veneto. Classe 1973, politicamente impegnato all’interno del movimento gay sin dal periodo liceale, si è reso promotore di manifestazioni a favore dei diritti della comunità glbt che hanno avuto risalto a livello nazionale. Oltre al gay pride a Padova nel 2002, ricordiamo la campagna nazionale “Pacs” che ha visto al suo interno alcune importanti manifestazioni come il “Kiss2Pacs” del 2004 e “Tutti in Pacs” del 2006, entrambe tenutesi a Roma in piazza Farnese.
Eletto consigliere comunale a Padova nel 2004 e assessore all’ambiente nel 2009, Zan è considerato il padre dei cosiddetti “Pacs alla padovana”, un riconoscimento anagrafico basato su vincoli affettivi delle coppie conviventi (indipendentemente dal loro orientamento sessuale). Approvato nel 2006, il riconoscimento anagrafico resta un documento unico nel suo genere ma guai a parlare di matrimoni. Quest’anno, mentre raccoglieva firme per una campagna nazionale per le “unioni civili”, Zan è stato scavalcato a sinistra oltre che da Di Pietro anche da Beppe Grillo (Movimento 5 stelle), dichiaratosi favorevole al matrimonio tra persone dello stesso sesso. Il militante gay Giovanni Dall’Orto, tra gli altri, è andato giù duro su Facebook: “È un caso clamoroso in cui il servo cerca di anticipare i desideri del padrone e di moderare le richieste del movimento, col risultato di essere più contrario alle richieste del movimento di quanto non lo sia il padrone stesso!”.
Ma anche Nichi Vendola, a dire il vero, rassicura il segretario del Pd, Bersani, dicendo che non pretenderà una legge su nozze gay e adozioni nel programma di governo. “C’è un minimo comune denominatore fra Sel e Pd”, ha spiegato Vendola, “il minimo che dobbiamo all’Italia è uscire dal medioevo, dare riconoscimento alle coppie di fatto, dotarci di una legge contro la violenza omofoba”. Per quanto riguarda matrimoni e adozioni per le coppie gay, Vendola ha spiegato che “non è nel programma di governo ma rientra nelle prerogative di un partito” (il suo ndr). “Non tirerò Bersani per la giacchetta”, ha sottolineato. “Non sarò quello che metterà continuamente in fibrillazione il governo. Credo che gli italiani debbano avere garanzie sul fatto che il centrosinistra garantisce stabilità”, ha concluso riferendosi al disegno di legge sui Dico che fece cadere il governo Prodi e buonanotte ai sognatori.
Altri candidati glbt hanno provato a cimentarsi nelle primarie con risultati meno brillanti.
Forti polemiche, al centro, per l’annunciata candidatura con Monti dell’imprenditore e direttore di Gay.it Alessio De Giorgi, che doveva figurare come quarto al senato e aveva buone probabilità di elezione qualora la lista avesse superato il 10%. Ma la sua candidatura non è durata neanche una settimana a causa di quella che De Giorgi ha definito una “denigratoria campagna mediatica portata avanti soprattutto da Libero e da altri giornali ed emittenti”. Classe 1969, genovese di nascita e pisano di adozione, primo pacsato italiano nel 2002 all’ambasciata francese con Christian Panicucci (si è poi s-pacsato), De Giorgi aveva promesso la sua disponibilità “per una operazione politica che intende innanzitutto evitare la deriva a sinistra del Partito democratico”. Invece del matrimonio egualitario, la proposta che avrebbe presentato al senato, in caso di elezione, sarebbe stata una “civil partnership sul modello inglese”. “In Italia è troppo presto (per il matrimonio ndr)”, ammoniva, proprio quando il 54% degli italiani, secondo un’indagine dell’istituto di ricerche Datamonitor, si è dichiarato favorevole. Ma la candidatura con Monti, come dicevamo, è stata ritirata. Una “decisione sofferta, vista la denigratoria campagna mediatica portata avanti ai miei danni. Una campagna che ha voluto denunciare, spacciandoli per reati, attività assolutamente lecite, attività di cui non mi vergogno minimamente, tant’è che non ho avuto problemi e/o imbarazzi a parlarne e a ‘giustificare’ quelle che per un imprenditore quale sono altro non sono che fonti di reddito per sé ed i suoi soci”. Di cosa stiamo parlando? La stampa di destra aveva attaccato De Giorgi rimproverandolo di possedere dei siti collegati a siti pornografici e di escort, circostanza presentata come imbarazzante e incompatibile con una candidatura nel centro moderato e “perbene”. In conseguenza del polverone sollevato De Giorgi ha deciso di farsi da parte. Nel frattempo il professor Monti, lungi dal difendere le ragioni del direttore di Gay.it, si è dichiarato contrario al matrimonio tra persone dello stesso: “Il mio pensiero”, ha affermato, “è che la famiglia sia costituita da un uomo e da una donna, fondata sul matrimonio. I figli vanno cresciuti da un padre e da una madre. Il parlamento può trovare altre forme per tutelare forme di convivenza”. Nonostante questo, De Giorgi continuerà a fare campagna elettorale per lui e ha spiegato: “Seguirò la campagna elettorale della Lista Monti e darò una mano alla costruzione della lista in Toscana e in tutta Italia”. A chi alludeva a una richiesta del professore di ritirare la disponibilità alla candidatura dopo gli articoli di Libero, De Giorgi ha risposto: “Non sono stato defenestrato e rimango fedele alla Lista Monti. Continuerò comunque a lottare perché un giorno una candidatura come la mia, con la mia storia imprenditoriale, possa avere diritto di cittadinanza, insieme ai temi che avrei portato in parlamento, senza essere sottoposta a questa gogna mediatica”.
Solidarietà è stata espressa da Anna Paola Concia, Sergio Lo Giudice, Ivan Scalfarotto e Alessandro Zan. “Il centro-sinistra con cui siamo candidati”, dichiarano in una nota congiunta, “approverà quelle leggi di civiltà che mancano a questo paese ormai da troppo tempo; continueremo a impegnarci sul piano culturale perché finalmente anche in Italia tutte le forze politiche possano mettere al centro della propria proposta politica il tema dei diritti civili. Un tema che riguarda tutte e tutti perché ha a che fare con il grado complessivo di giustizia dell’intero paese”.
“Con Monti per l’Italia” resta in lista un altro attivista per i diritti glbt, Giuliano Gasparotti. Classe 1974, napoletano di origini ma residente a Firenze, è presidente di Officine Democratiche e si occupa attualmente di privacy e diritti della persona per la regione Toscana. È stato coordinatore fiorentino di Ignazio Marino con il quale è stato eletto all’assemblea regionale Toscana con oltre il 20% dei consensi nelle consultazioni primarie del 2009. Coordinatore cittadino del Pd di Firenze, attualmente è membro della Segreteria. Renziano, ha partecipato alle due edizioni della Leopolda sia nel 2010, con un intervento sulla dignità, sia nel 2011 (Big Bang) con un intervento sulla innovazione in politica. Anche Gasparotti non parla di matrimonio egualitario ma di diritti e libertà civili. “Tra innovatori e conservatori”, afferma, “io sto con gli innovatori. Sempre più convinto che questo Pd non sia più il partito aperto in cui ho sempre creduto, e ancora più convinto di portare in parlamento le battaglie sui diritti e le libertà civili che integrano quell’agenda Monti tanto vicina al programma di Matteo Renzi”. Tanto basti. Forse l’elemento di novità più rilevante è che per la prima volta un partito d’ispirazione cattolica schieri tra le proprie fila due uomini che hanno fatto coming out e rivendicano consapevolmente alcuni diritti. Gasparotti, soprattutto, è in una posizione (quarta alla camera, in Toscana), che gli dovrebbe consentire di entrare in parlamento.
Intanto a destra il candidato premier Angelino Alfano, segretario nazionale del Popolo delle Libertà, ribadisce una sommessa e spaurita apertura alle unioni civili anche tra persone omosessuali: “Possiamo ampliare le tutele nei rapporti di coppia senza smontare il codice civile, la costituzione e soprattutto il diritto naturale; la famiglia è una sola: quella fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Per noi sarà sempre e solo così. L’agenda e le idee di Vendola credo, invece, siano differenti”. In campagna elettorale si promettono tante cose, ma gli elettori valuteranno anche la storia di ognuno e la credibilità dei singoli candidati. Mentre andiamo in stampa non abbiamo notizie di candidati glbt in altre formazioni politiche.
Si sfogano in Rete alcuni blogger. Si legge per esempio su www.darlingmichele.wordpress.com: “Non voglio gay, lesbiche o trans in parlamento, ma un programma dignitoso sui diritti civili. Non voglio ‘paladini e paladine’ dei diritti glbt. Voglio programmi progressisti sui diritti civili. Voglio un programma che dia dignità giuridica e sociale alla mia vita. Tutto il resto è fuffa. È il grande inganno: ‘Votate un gay e non pretendete un programma! Froci di merda!’. Perché di questo si tratta e di questo dovremmo accontentarci: di una bella statuina, di una o più foglie di fico”.
Su www.ilgrandecolibri.com Pier scrive: “Servirebbero invece politici coraggiosi, che siano interessati più a difendere i diritti che alla carriera, che ricerchino contatti più con la gente e la società che con il partito, che non abbiano paura di confrontarsi con la realtà, che non soffrano di vertigini a uscire dai corridoi del palazzo, che capiscano che rifuggire la cultura omofobica significa anche rifuggire l’arroganza del potere”.
“La palla dovrebbe passare adesso al movimento”, secondo quanto riporta www.elfobruno.wordpress.com. “Sarebbe ora di far sentire una voce unitaria, tuonante e determinata. Sarebbe ora di dire che il prossimo parlamento dovrà sfornare una legge chiara e nettissima sulle famiglie gay e lesbiche, con o senza prole. Una legge che porti, almeno nell’immediato, alla piena equiparazione tra coppie sposate e coppie non sposate. Dovesse anche non chiamarsi matrimonio, in un primo momento. Questo dovremmo chiedere”.