La PrEP: una pessima idea

Quando prevenire conviene solo alle multinazionali del farmaco

La PrEP: una pessima idea

Di Giovanni Dall’Orto

 Da poco tempo all’estero è in corso una campagna delle multinazionali del farmaco (con endorsements di tutto rispetto, come quello del CDC, Centers for Disease Control and Prevention), che suggerisce alla popolazione omosessuale di proteggersi dal virus Hiv attraverso la PrEP, ossia la “Profilassi pre-espositiva”, consistente nel prendere farmaci anti Hiv prima di essere contagiati. La Prep si differenzia dalla Pep (la “Profilassi post-espositiva”) perché quest’ultima è efficace entro 72 ore dopo che una persona sospetta d’essere entrata in contatto con l’Hiv,  per esempio nel caso di rottura del preservativo. Gli uffici marketing delle multinazionali si sono però chiesti: ma perché non proponiamo la Pep prima ancora che il contagio abbia luogo? Hanno così finanziato studi a doppio-cieco che hanno evidenziato un’alta efficacia della Prep: del 99% tra le persone che prendono i farmaci tutti i giorni e del 90% tra chi li prende in maniera discontinua.

 Nel 2016 la sperimentazione è finita ed è iniziata la campagna marketing, per la quale gli omosessuali tornano ad essere un “gruppo a rischio”. E si fottano trent’anni di sforzi nel parlare di “comportamenti” a rischio!

 Una breve ricerca con Google vi mostrerà centinaia di blog “personali” con ottimi dati e infografiche, provenienti certamente non dall’uomo della strada.  Questi blog hanno innescato un culto della Prep in quella parte della comunità gay che odiava il preservativo, accogliendo la terapia come il Messia. Il tocco finale è stata una pioggia fittissima di piccoli contributi, aiuti, sostegni alle associazioni di persone sieropositive,  conquistando la loro imperitura gratitudine e un calo verticale del senso critico.

 Purtroppo, colpire un virus con un medicinale in modo discontinuo e con sbalzi di dosaggi, oggi sì e per una settimana no, è forsennato, perché è il modo più rapido per allevare ceppi virali resistenti alla sostanza. Ogni particella virale particolarmente “forte”, sopravvissuta a un attacco incompleto, genererà una progenie resistente all’attacco successivo, e così via, fino a rendere il ceppo insensibile al medicinale.

 Questo esito è facilmente prevedibile se la pillola si usa giusto prima d’un weekend di stravizi, come Elvira Naselli suggerisce in: La prep contro l’infezione Hiv, “Repubblica”, 15/2/2017in ,  o come nel video “educativo” su Youtube prodotto “ovviamente” da “un’associazione senza scopo di lucro”, dal titolo “I like to party”, “Mi piace divertirmi”. Una pornostar, utente di Grindr, si prepara alla serata di sesso, e proclama: “Mi piace divertirmi” e op!, giù una pillola.

 Secondo i sostenitori della panacea, la resistenza si sviluppa solo nei batteri o non nei virus: “Non si è mai verificato un caso di resistenza dell’Hiv a un farmaco”.  E qui siamo alle pure e semplici fake news. L’Hiv ha già in passato sviluppato resistenze non a uno, ma a un’intera panoplia di farmaci. Come spiega l’opuscolo “Capire le resistenze nell’Hiv”, pubblicato dalla Nadir Onlus, che afferma: “Può succedere che avvengano, per diverse ragioni, mutazioni/cambiamenti della struttura standard dell’HIV. Tali situazioni possono provocare resistenze ai farmaci anti-HIV, ossia una ridotta o assente capacità dell’efficacia di uno o più farmaci. Tali mutazioni vengono favorite quando, in corso di terapia, il paziente non esegue scrupolosamente quanto prescritto dal medico in merito all’assunzione dei farmaci: se non vengono rispettati gli orari, (…) la continuità della terapia (cioè se vengono saltate dosi di farmaco)”.  Niente male, per la pillola da buttar giù prima di uscire a scopare!
Ancora: nel mondo del “Roseo Futuro” della PrEP, questa consentirebbe di rottamare il preservativo. Questa è la ragione che spiega al 99,99% il desiderio di ricorrere a essa. Invece, nel mondo reale, è sì vero che il CDC ha approvato la Prep, ma rigorosamente accompagnata dall’uso del preservativo (https://www.cdc.gov/hiv/basics/prep.htm): “No, non bisogna smettere di usare i preservativi perché si è in PrEP. La PrEP non offre nessuna protezione contro altre malattie a trasmissione sessuale, come la gonorrea o la clamidia”. 

 Nel mondo del Roseo Futuro della PrEP, il tasso di sieroconversione all’Hiv è diminuito, e questo dato viene sempre citato. Però nel mondo reale sono anche esplose fra i gay le altre infezioni sessualmente trasmissibili (http://www.gay.it/attualita/news/gran-bretagna-malattie-sessualmente-trasmissibili) come la sifilide o l’epatite A (https://www.prideonline.it/2017/05/26/allarme-epidemia-di-epatite-a/) e C, che può degenerare in tumore al fegato. Questo dato, invece, non viene mai citato.

 Nel mondo del “Roseo Futuro” la PrEP è “cost-effective”, ossia costa meno del dover curare le persone che altrimenti s’infetterebbero con l’Hiv. Invece nel mondo reale un flacone del medicinale più usato nel “Roseo Futuro” costa 1.050 euro a settimana, oltre 50.000 euro all’anno. Ipotizzando 250.000 persone gay sessualmente sconsiderate in Italia a 50.000 euro all’anno a cranio, parliamo di  12 miliardi, escludendo eterosessuali promiscui e promiscue, tossicodipendenti, 75.000 prostitute, etc. Stiamo parlando di una manovra straordinaria di bilancio! E tutto perché qualcuno trova “scomodo” il preservativo. Oltre a ciò, gli uffici marketing delle multinazionali calcolano sì i risparmi per l’Hiv, mai però i costi aggiuntivi per le altre malattie sessualmente trasmissibili che il preservativo previene, e la PrEP no. Una sola terapia per l’eradicazione del virus dell’epatite C, che è sessualmente trasmissibile e contro cui non esiste un vaccino, costa circa 200.000 euro.

 Nel mondo del “Roseo Futuro” la PrEP non ha effetti collaterali, “come dimostrano tutti gli studi”. Uno dei diecimila blog pubblicitari pro-prep (https://men.prepfacts.org/the-basics/) elenca tra gli effetti collaterali dei soggetti che hanno partecipato ai trial clinici qualche nausea, qualche mal di testa e qualche perdita di peso, ma nulla di grave, mai. Nel mondo reale invece il “bugiardino” di uno dei medicinali usati nello studio sopra citato denuncia fra i possibili effetti indesiderati, sia pure in casi “rari”: danni al fegato, danni ai reni, danni alla densità delle ossa (osteoporosi), mentre mal di testa, diarrea e vomito sono classificati come effetti “comuni”. 

 Nel mondo reale è, poi, ovvio che certi sintomi non avranno materialmente il tempo per manifestarsi se la “terapia sperimentale” dura un anno o due. Il problema è sapere cosa accadrà tra dieci anni. Se l’alternativa è rischiare un trapianto di reni o sviluppare l’Aids, la scelta è chiara, ma se l’alternativa fosse usare oggi un preservativo o trovarsi fra vent’anni a dover fare un trapianto di reni? Nessuno dei “frociati” della Prep ha saputo rispondere, semplicemente perché questi medicinali esistono da troppo pochi anni per conoscerli. E nel dubbio, sarebbe saggio astenersi.

 Conclusione: i farmaci non sono caramelle. Vanno usati, e venduti, quando ce n’è bisogno. Mettere i gay in cura per una malattia che non hanno, è come fare la chemioterapia a tutti i fumatori per prevenire il tumore ai polmoni. Una pessima idea.