Il Pride. Diciassette anni dopo un’esperienza che fece epoca

Sono passati diciassette anni dal World Pride di Roma del 2000

Il Pride. Diciassette anni dopo un’esperienza che fece epoca

di Domenico Bilotti

Sono passati diciassette anni dal World Pride di Roma del 2000. L’8 Luglio di quell’anno si riversarono a Roma migliaia di manifestanti da ogni parte d’Europa. L’iniziativa era partita in sordina. Pur da tempo noti i luoghi e gli orari, quella manifestazione divenne tema cardine nella discussione comune solo a poche settimane dal suo concreto svolgimento.

La classe politica non sembrava pronta ad affrontare le questioni poste dal mondo dell’associazionismo omosessuale. Il tema appariva destinato a scaldar poco i cuori, sia a sinistra che a destra. La prima incerta su dove collocarsi, rispetto alle agitazioni per i diritti civili, sulle quali si era spesso divisa (anche trent’anni prima, su tematiche oggi forse meno laceranti, come il divorzio o l’interruzione volontaria della gravidanza). La seconda si preparava a cavalcare la riscoperta dei valori tradizionali della famiglia, distaccandosi soprattutto a parole da ogni alternativa di orientamento, ma sapeva di avere persino un suo seguito in quel mondo così poco compreso, studiato, rispettato.

Il Duemila, del resto, era l’anno del Giubileo indetto da Giovanni Paolo II e fortemente assecondato, sul piano urbanistico, edilizio, turistico e commerciale, da tutta la politica romana. Poteva mai la grande Urbe ospitare contemporaneamente il più importante evento aggregativo della Cristianità e il più dissacrante appuntamento aggregativo dell’associazionismo omosessuale, così distante da qualsiasi ravvedimento magisteriale? Lo si sarebbe scoperto di lì a poco: Roma poteva e doveva essere plurale, finanche contraddittoria. Doveva tornare quel clima positivo, incoraggiante e rassicurante che le manifestazioni di piazza così saltuariamente hanno avuto. Il lutto sarebbe ritornato a Genova, l’anno dopo, durante i cortei contro il vertice internazionale: un morto, migliaia di feriti, il verdetto di infamia scandito da tutti gli organismi internazionali esistenti.

A titolo personale, posso dire di avere partecipato. Ragazzino di neanche quindici anni, con buona parte della famiglia trasferita in Capitale, non potevo non incuriosirmi. E quella curiosità mi insegnò due cose, che credo possano tutt’oggi essere considerate di interesse per le iniziative, come i Pride, che dietro parvenze festose (non più oltraggiose) mettono al centro temi ostici con proposte talora incerte. Non percepii da estraneo a quel mondo alcuna minaccia di ordine pubblico. Al contrario, mi parve una manifestazione sostanzialmente pacifica, particolarmente colorata, dove i molti spezzoni non esprimevano ancora (lo compresi molto tempo dopo) una compiuta soggettività.

Si iniziava a parlare di regolamentazione delle convivenze, ma il tema era evanescente e pochi tra gli stessi partecipanti lo sostenevano, anzi ritenendolo perlopiù un cedimento al dogma matrimonialistico. C’erano quelli che un decennio a seguire si sarebbero chiamati “sex-workers” ed era un po’ complicato coordinare la presenza di quei pochi manifestanti alla necessità di presentare un’immagine non necessariamente beffarda, sacrilega e provocatoria. C’era qualche politico in giro, perlopiù dei piccoli partiti, collocati sia a sinistra che a destra (credo di ricordare, sperando di non essere in errore, Taradash, Calderisi e Della Vedova). E c’erano tanti curiosi come il sottoscritto, che non percepivano la condizione degli omosessuali in Italia come realmente problematica – altrove, fino a oggi, pestaggi, incarcerazioni, varie e annose limitazioni civili. Riconoscevamo, però, alcune rivendicazioni e, soprattutto, avevamo serenamente assimilato la presenza degli omosessuali non solo nel dibattito pubblico, ma anche nei piccoli recinti della vita di ciascuno (i luoghi di lavoro, di studio, di svago).

In questi diciassette anni l’Italia, nelle sue articolazioni esteriori, appare molto cambiata, anche quanto alla tutela delle persone di orientamento omosessuale. I pregiudizi culturali che avevamo e che abbiamo hanno qualche reviviscenza nel nostro rappresentarci innanzitutto come soggetti attivi sul mercato. Accettiamo, ad esempio, il lesbismo come comportamento ammiccante di modelle che reclamizzano una nuova rivista, ma non siamo altrettanto bravi a ritenere naturale un rapporto lesbico tra nostre colleghe. Nell’un caso, anzi, questo aspetto motiva la nostra attenzione pruriginosa, nell’altro assai più frequentemente motiva il nostro giudizio negativo.

Nella fi(li)era del consumo, omosessualità ed eterosessualità sembrano target che si incrociano. È all’ombra di questa mentalità che la legge sulle unioni civili viene da alcuni spalti ritenuta un “flop”: avrebbe coinvolto troppe poche persone. Anziché ragionare sui limiti redazionali di quel provvedimento, licenziato certamente non nel suo testo più organico, preferiamo stupidamente dibattere sulla platea dei suoi destinatari.

Come se i diritti e gli istituti giuridici dovessero passare attraverso la tara del numero, e non attraverso la maggiore o minore compiutezza del procedimento legislativo. Si parla di bullismo e cyber-bullismo nel mondo minorile e della scuola e non tanto curiosamente fenomeni del genere spesso hanno radici nell’orientamento sessuale o nelle condotte esteriori dei soggetti perseguitati.

Certo, non vediamo, in Italia, violenze di massa, bensì isolati e comunque gravi fenomeni di intolleranza che possono sfociare in aggressione fisica. Iceberg di una mentalità sbagliata, ben prima che comportamenti gravi in sé. Chi scrive non è un appassionato di tutela penale ad hoc, di ipertrofia legislativa che si misura su nuove norme incriminatrici per ogni categoria sociale oggetto dell’aggressione. La norma incriminatrice si basa sul bene giuridico leso, a prescindere dagli orientamenti religiosi, sessuali o politici di chi sia detentore del bene leso (o di chi ne sia l’aggressore).

Proprio per questo ritengo che i Pride, dismesse le trovate carnascialesche che soprattutto per nostro inconscio riflesso rischiavano di catturare per intero la nostra attenzione, debbano diventare luogo di discussione, di confronto e se possibile occasione di formazione. Per gli omosessuali, ma anche a beneficio degli eterosessuali. Le scelte di vita, giuste sbagliate provvisorie estemporanee, superficiali o radicate che siano, non possono normativamente né ipotecare, né implementare la sfera d’azione della nostra soggettività. Essa, invece, ha da restare scolpita qual è: nelle sue libertà e nondimeno nelle sue responsabilità.

*Il professor Domenico Bilotti è docente di “Diritto e religioni” all’Università Magna Graecia di Catanzaro. Autore del libro Il diritto e il Corano. Brevi riflessioni a partire dalle letture (Erranti, 2016) e co-autore del libro Studium – Desideri, figli, gender (Studium, 2016), offre per PrideOnline una rievocazione culturale di due figure storiche del movimento LGBT italiano: Carlo Rivolta e Mario Mieli.