Gayby Baby, le famiglie omoparentali spiegate dai ragazzini

Tre date italiane (Padova, Roma e Brescia) all’interno della settimana contro l’omotransfobia per il documentario australiano sulle famiglie arcobaleno. Newell: «Questi ragazzini la sanno lunga. Abbiamo solo bisogno che il resto del mondo ci arrivi»

Gayby Baby, le famiglie omoparentali spiegate dai ragazzini

Gus, Ebony, Matt e Graham hanno qualcosa in comune: sono preadolescenti e figli di genitori gay. Bambini e bambine con due madri o due padri, nati da relazioni eterosessuali precedenti, da adozioni o con inseminazione. Sono loro i protagonisti e le voci narranti di “Gayby Baby”, documentario della regista australiana Maya Newell.

«Non credo che mi renda diversa avere due mamme. Crescere è diverso per ogni persona. Le persone che ti crescono e ti rendono ciò che sei sono la tua famiglia», afferma Ebony. Vivono, infatti, le stesse paure, gioie ed esperienze dei loro coetanei questi ragazzini tra i dieci e i tredici anni. C’è chi ama il wrestling e chi il canto, chi si interroga sulla religione e chi ha qualche difficoltà nella lettura. Ragazzini come tanti che si trovano però ad affrontare, in alcuni casi, una società che non riesce a comprendere e una politica che non sempre riconosce legalmente quelle famiglie “diverse” ormai così diffuse e “normali”. Un racconto a più voci con un punto di vista privilegiato che permette allo spettatore una partecipazione quasi fisica a quelle dinamiche intime e assolutamente naturali delle famiglie, omoparentali o eteroparentali che siano. Una riflessione  e un ritratto vivente e in continuo mutamento sulla famiglia e su come o cosa la definisca e la identifichi in quanto tale.

«“Gayby Baby” è il primo documentario raccontato dal punto di vista di ragazzini cresciuti in famiglie gay e lesbiche, e spero che sia il punto di svolta nella marea di rappresentazioni delle famiglie come la mia», afferma la regista. «I bambini – continua –  necessitano percorsi narrativi che riflettano le loro vite e la diversità della struttura delle loro famiglie. Necessitiamo di storie che non esistano solo per dire “Siamo uguali a voi, le nostre famiglie sono perfette, sono proprio come le vostre!”. In questo modo, “Gayby Baby” non è uno spot per le famiglie omosessuali, ma un film nel quale famiglie amorevoli si confrontano con bisogni e valori, nelle quali i genitori a volte esagerano e qualche volta i bambini si sentono delusi. Le famiglie omoparentali non sono perfette, ma non sono meno perfette di ogni altro tipo di famiglia. Questi ragazzini la sanno lunga. Abbiamo solo bisogno che il resto del mondo ci arrivi».

Realizzato nel 2015 e frutto di quattro anni di lavorazione, ha visto coinvolte quasi tutte le organizzazioni Lgbtqi australiane per la ricerca dei protagonisti. Una ricerca vecchia maniera fatta di telefonate, volantini e newsletters che attraverso la calorosa mobilitazione della comunità omosessuale australiana è riuscita a provvedere anche alle difficoltà economiche di produzione. «La comunità intorno a noi si è mobilitata: abbiamo lanciato la campagna nella galleria d’arte di un nostro amico. Il montaggio e la musica per il nostro film ci sono stati forniti da altri filmmakers, la stampa Lgbti ci ha supportate e bellissime cartoline sono state realizzate e stampate gratis per noi. La generosità è stata incredibile», racconta la produttrice Charlotte Mars. «Per settimane – ricorda – Maya e io abbiamo respirato e vissuto la campagna, è stato davvero faticoso. Abbiamo fatto cose strane come aspettare fuori lo studio di un importante show televisivo con grossi cartelli, sperando di essere viste, e indossato magliette dipinte a mano fra il pubblico di un dibattito televisivo così, quando una di noi avesse fatto una domanda, l’indirizzo del nostro sito web sarebbe stato trasmesso in tutta la nazione. In qualche modo ha funzionato. Abbiamo raccolto oltre centomila dollari che, all’epoca, era la cifra più alta mai raccolta da un film in Australia tramite crowdfunding. Quello che mi stupisce tuttora, anche più della cifra raggiunta, è stato il numero di persone coinvolte nel progetto. Non avremmo potuto realizzare il film senza tutto quel supporto».

Presentato a decine di festival internazionali, fra cui il Melbourne International Film Festival, vincendo numerosi riconoscimenti e proiettato in diversi paesi del mondo – dalla Polonia, al Giappone, all’Irlanda – oltre che all’interno delle scuole con un kit supplementare dedicato a studenti dai cinque ai dieci anni  per aiutarli a comprendere le diversità delle famiglie. E in Italia? In Italia ci prova ZaLab che ne cura la distribuzione nel bel paese da novembre 2016. Dopo la partecipazione ad alcuni festival di genere, il documentario sbarca con tre date all’interno della settimana contro l’omotransfobia (15-21 maggio) in tre diverse città: Padova il 17 maggio (MondoQ – Giornate di Cinema e Cultura Omosessuale e Queer), Roma il 18 (Cinema Aquila) e Brescia il 19.