Il ’77 dimenticato: profili giuridici e culturali nell’opera di Carlo Rivolta

Sono passati quaranta anni dagli Anni di piombo e dalle agitazioni studentesche, quando la lotta al lavoro salariato lascia il posto ai tanti i capi d’accusa nei confronti della società: l’emancipazione femminile, i diritti civili, l’antiproibizionismo, le nuove sensibilità ambientaliste, il disarmo. E’ in questo contesto che si inserisce l’opera del giovanissimo teorico del movimento omosessuale in Italia

Il ’77 dimenticato: profili giuridici e culturali nell’opera di Carlo Rivolta

Del  professor Domenico Bilotti*

Tra i testimoni più significativi degli Anni di Piombo e delle agitazioni studentesche spicca il cronista par excellence della fine di Autonomia Operaia, che nella ricerca della trasparenza più assoluta arriva a fare esperienza diretta dell’eroina fino alla morte per smascherare i narcotrafficanti

In quegli Anni agitati e confusi, di cui si commemora in questi giorni il quarantennale, accanto alla figura di Mario Mieli troviamo quella di Rivolta. Entrambi si richiamano nell’estrema abnegazione e generosità con cui per portare avanti la propria causa, sono pronti a rinunciare a ogni agio e vantaggio, anche se costruito esclusivamente a proprio merito. Mieli giovanissimo esordiente con Einaudi, poi ancora provocatore esibito del teatro d’avanguardia. Rivolta subito alla corte della Repubblica (per il suo stile efficacissimo e teso), non ebbe remore a ritransitare per fogli più vicini alle sue istanze politiche (“Lotta Continua”, che aveva una visione complessiva meno addomesticata del pur nobile “Paese Sera”). Rivolta descrive benissimo l’Autonomia Operaia del 1977 e, in fondo, la progressiva disarticolazione del gergo operaista classico, spiazzato dalla rimodulazione del diritto contrattuale, del processo produttivo e dell’espansione clientelare del pubblico impiego. E Rivolta è paladino del volto trasparente del ’77.

Racconta i tentativi dell’Autonomia di egemonizzarlo: riusciti sul piano della militanza, illusori nella durevole presa sulla società. Racconta anche i tentativi delle Brigate Rosse di assorbirne attivisti e nuove leve, come riconobbe lo stesso leader brigatista Mario Moretti: al gruppo dirigente dell’eversione interessava fortemente la capacità mobilitativa del ’77, ma non c’era abbastanza attenzione a capirne i linguaggi, le dinamiche, le provocazioni. Troppo fuori contesto per potere appartenere senza alcun filtraggio alla storia della sinistra rivoluzionaria.   

E Rivolta racconta l’eroina. L’eroina a Roma, eroina bestiale, come dappertutto. Gli articoli di Rivolta sono efficaci quanto “I’m waiting for the Man” dei Velvet Underground e Lou Reed per raccontare la banalità e l’adescamento del rito dello spaccio, ma anche il prodigioso arricchimento che la somma esponenziale di queste banalità avrebbe portato al narcotraffico.

La tecnica giornalistica del Rivolta forgia, peraltro, un nuovo modo di indagare il tema. Persino il legislatore, e molti anni dopo, si accorgerà che il modo più efficace per snidare il grande crimine in materia di stupefacenti è passare dall’infiltrazione, dalla somministrazione di agenti provocatori per acquisire reti, informazioni e notizie di reato (ci riferiamo, ovviamente, al DPR 9 Ottobre 1990, n. 309).

Carlo Rivolta muore dopo cinque giorni di coma, a seguito di una caduta provocata da una crisi d’astinenza, nel 1982. Ricordiamoceli questi figli mal conosciuti del nostro Settantasette. La loro visionarietà ha perso la battaglia contro la razionalità costituita, ma vince ancora la guerra del tempo che passa.

*Il professor Domenico Bilotti è docente di “Diritto e religioni” all’Università Magna Graecia di Catanzaro. Autore del libro Il diritto e il Corano. Brevi riflessioni a partire dalle letture (Erranti, 2016) e co-autore del libro Studium – Desideri, figli, gender (Studium, 2016), offre per PrideOnline una rievocazione culturale di due figure storiche del movimento LGBT italiano: Carlo Rivolta e Mario Mieli.