Denatalità e cittadinanza viste da una giovane scrittrice italo-somala

Figlia di immigrati, Igiaba Sciego spiega perché la fotografia del nostro Paese – dal punto di vista degli indicatori demografici – risulti poco reale finché si escludono gli immigrati che da decenni vivono qui e i loro figli

Denatalità e cittadinanza viste da una giovane scrittrice italo-somala

Italia più vecchia, con una maggiore aspettativa di vita dopo la nascita, con più connazionali che emigrano e con meno figli. Questa in sintesi la fotografia scattata dall’ultimo report dell’Istat (risalente a un paio di settimane fa) sugli indicatori demografici riferiti allo scorso anno.

Italia, italiani e immigrati

Ma è veramente così? Questa è davvero la fotografia che rispecchia fedelmente nel concreto il nostro Paese? Ad avere più di qualche dubbio in merito è Igiaba Scego, scrittrice italo-somala impegnata nella campagna per la riforma della legge sulla cittadinanza.

Proprio dal dato del riconoscimento della cittadinanza italiana agli stranieri, che vivono, lavorano e crescono i propri figli stabilmente nel nostro Paese, inizia il ragionamento di Igiaba. «Penso che l’Italia abbia bisogno di creare cittadini. Con la legge Bossi-Fini e la mancata legge sulla cittadinanza è chiaro che saremo sempre a saldo negativo – spiega la scrittrice -, perché tantissimi italiani sono senza cittadinanza, nati e cresciuti in questo Paese ma di fatto stranieri nella propria nazione».

Diritto di cittadinanza

Eppure superare questo stato di cose sarebbe possibile, per legge. «Ci sono queste due leggi bloccate in Senato: quella sui minori stranieri e quella sullo ius soli (tra virgolette temperato), che permetterebbero a tantissimi ragazzi e bambini di essere di fatto italiani, cosa che sono ma che non è dichiarato dalla legge», aggiunge Igiaba.
Un riconoscimento che dovrebbe riguardare anche le cosiddette vecchie generazioni. Chi, cioè per primo ha lasciato il proprio Paese di origine e si è trasferito qui dove risiede da decenni. «In un secondo momento si dovrebbe pensare anche alla cittadinanza per le prime generazioni: persone vivono qui da 15-20 anni – sottolinea ancora Igiaba -. I miei genitori l’hanno ottenuta con grande difficoltà, ma tante altre persone ancora dopo vent’anni non sono cittadine, quindi non sono italiane».

Superare l’Italia del “non”

Un rapporto sull’Italia ,che non tiene conto (numerico) di queste persone, sarebbe quindi una fotografia falsata che non racconterebbe la realtà concreta del nostro Paese. «Purtroppo il nostro Paese sta diventando un Paese non per giovani, non per figli di immigrati, non per gay, non per stranieri: è sempre un “non” invece di attirare forze e non mandarli – prosegue nella sua analisi -. Pensiamo a quanti giovani sono emigrati fuori perché non hanno non solo la possibilità di trovare lavorare qui, ma anche quella di trovare una opportunità di futuro. Penso ai blocchi della ricerca, al lavoro precario, allo sfruttamento. C’è veramente bisogno di ripensare l’Italia e nel farlo non ci si può dimenticare dei migranti e dei loro figli, perché facciamo parte del quadro».

Tra speranze e futuro

Gli immigrati, o per meglio dire i nuovi cittadini italiani, possono essere una risorsa per il nostro Paese, nella crescita economica e quella sociale. «La cosa tragica è che si tratta di una Italia che si racconta vecchia e nostalgica. Guardando la tv a volte vedo programmi su come eravamo belli negli anni ’50-’60, anni molto belli ma anche molto duri – registra Igiaba -. Sarebbe bello che quella forza di costruzione della società insieme ci fosse anche oggi. Lì dove invece c’è tanta paura, tanta ansia, tanti discorsi di odio. Questo fa costruire delle società meno inclusive e meno competitive. Credo che dovremmo “usare” le persone, nel senso buono, per tutto quello che di positivo possono avere.

Occorre togliersi i paraocchi della paura di perdere i voti alle elezioni e cominciare a pensare non all’immediato, ma a un programma per i prossimi vent’anni perché altrimenti richiamo veramente di perdere la partita».