Il Padre d’Italia, la commedia fintamente gay friendly

L’ultimo film di Fabio Mollo vede come interpreti Luca Marinelli e Isabella Ragonese. Al di là d’un’apparente attenzione alle istanze del mondo Lgbti la pellicola appare infarcita di luoghi comuni, che suscitano non pochi interrogativi

Il Padre d’Italia, la commedia fintamente gay friendly

«Non si può volere tutto. Ci sono dei limiti». Con queste parole Paolo, protagonista della commedia Il Padre d’Italia, (interpretato da Luca Marinelli) racconta a Mia, cioè Isabella Ragonese, il motivo per cui è finita la sua relazione d’amore con Mario.

Mario, dopo otto anni di vita in comune, voleva passare dallo status di fidanzato a quello di marito. Fare casa insieme, metter su famiglia, trovare il modo per diventare genitori. Cose normali per chi si ama. Ma Paolo ha gettato tutto alle ortiche perché «non si può volere tutto. Ci sono dei limiti»

Ecco, Il Padre d’Italia (diretto da Fabio Mollo) è proprio questo: una commedia piena di limiti. Perché cosa sono i luoghi comuni se non la peggior declinazione dei limiti? E ne Il Padre d’Italia i luoghi comuni ci sono tutti: quelli sui gay, quelli sui meridionali, quelli sulle avventure on the road.

Mia, una specie di Madonna metropolitana rock e trasgressiva (con tanto di giubbino jeans con figura pop-religiosa della Vergine cucita sulla schiena) raccoglie Paolo in una dark room di un cruising bar gay. È evidente che si tratta di un miracolo. In un cruising bar le donne non entrano. Tantomeno si inoltrano nell’oscurità di una dark room. A meno che non serva a salvare un peccatore. E portarlo sulla retta via. Come nel caso della Madonna Mia.

La storia che ne segue è una vera e propria accolta pregiudizi. Mia, che sta per diventare madre, è una peccatrice pronta alla redenzione: dietro la maschera da eversiva nasconde il cuore di una donna, che cerca un padre vero per il nascituro. Paolo, che fino a qualche fotogramma prima, si dichiarava innamorato del suo ex, diventa in pochi istanti il più credibile dei candidati alla paternità. Scoprendosi, grazie a Mia, un amante eterosessuale esperto e libidinoso. Tanto esperto e libidinoso da non avere neppure un tentennamento di fronte alla “novità” di fare sesso con  Mia, donna “salvifica” e seduttrice della Provvidenza.

Il tutto condito da “simpatici” excursus sull’infanzia di Paolo che, “ovviamente”, è orfano e non ha avuto sani modelli genitoriali. Mentre Mia, nonostante appaia come una ragazza sbandata e vagabonda – arrivata a Reggio Calabria, la sua città – si rivela essere la più tradizionale delle figlie di una famiglia del sud, pronta a farsi trascinare in baci appassionati, con costumate sottovesti fiorate, alla luce di tramonti abbacinanti, sui terrazzi di Reggio, “ovviamente” tappezzati di panni stesi secondo la migliore oleografia made in Sud.

Gli ultimi dieci minuti del film riservano – è vero – qualche emozione. Paolo, infatti, decide di dichiararsi padre del figlio di Mia, che non solo non ha trovato il vero padre del nascituro, ma scompare nel nulla (come si addice a una figura della Provvidenza) abbandonando il bimbo subito dopo aver partorito.

Insomma, Paolo, che non aveva voluto accondiscendere al desiderio di paternità del suo ex perché “tutto non si può avere” e perché la natura pone dei limiti, può invece serenamente accettare la paternità nel momento in cui il figlio è “naturale” e, soprattutto, risponde ad un progetto di reciproca salvezza. Mia salva Paolo suscitandogli improvvise emozioni eterosessuali e Paolo salva il figlio di Mia, riconoscendo come proprio il “figlio del peccato”.

Il film appare, in ultima analisi, come una parabola metropolitana con venature misticheggianti e un impianto narrativo latentemente omofobo, che finge “attenzione” per le istanze del mondo Lgbti mentre instilla dichiaratamente l’idea, che «non si può volere tutto. Ci sono dei limiti»

  • Gianuario Cioffi Aulicino

    E gay.it lo ha pure pubblicizzato!