David Bowie: come la stampa italiana ne raccontava l’ambiguità

L’identità sfaccettata del cantore per eccellenza del languore postmoderno illustrata a Bari in un’esposizione, conclusasi il 17 marzo. La mostra ha percorso il modo in cui le riviste dell’epoca riportavano la sua parabola personale e musicale

David Bowie: come la stampa italiana ne raccontava l’ambiguità

Si è chiusa il 17 marzo, dopo quasi due mesi, la mostra intitolata “Sulle tracce di David Bowie. L’uomo delle stelle nelle riviste musicali italiane dagli anni ’70 ai ‘90”, ospitata presso la Mediateca Regionale Pugliese di Bari. A un anno dalla morte di uno dei personaggi più influenti della musica e dello stile di fine ‘900, un’occasione per fare il punto sulle narrazioni sviluppate intorno alla figura ammaliante di Bowie, icona seducente e aliena.

Una mostra che ha calamitato il pubblico, conducendolo in un viaggio inedito alla scoperta dei tentativi fatti dall’editoria musicale italiana per addomesticare un’alterità favolosa e scintillante, pietra miliare anche della costruzione delle identità Lgbti. Abbiamo chiesto alla curatrice Claudia Attimonelli di fare con noi un bilancio della mostra e alcune riflessioni sulla figura di Bowie.

Perché una mostra su David Bowie a un anno dalla morte a Bari?

Da ricercatrice di media e studi di genere, ho pensato a un’esposizione che celebrasse la sua lunga carriera seguendo le pagine delle riviste negli anni in cui è stato presentato al pubblico italiano; dal momento che alla Mediateca Regionale Pugliese vi è il fondo Mem, cioè una preziosa emeroteca musicale, è stato possibile ideare una mostra unica nel suo genere.

Che ritratto si delinea? Come la stampa italiana negli anni ha raccontato Bowie?

È sorprendente come dai primi anni ‘70 a oggi Bowie sia sempre presente nella stampa, anche per essere criticato. “Ciao 2001”, nel 1973 e poco dopo, lo segue e descrive nei suoi personaggi senza remore, puntando sullo scandalo e sulla novità. Le riviste più schierate e impegnate ideologicamente o per gusti musicali sono invece molto critiche perché non gli riconoscono coerenza, chiamano trasformismo in senso deteriore quella che invece si è rivelata una sua grande virtù: la capacità di mutare. Changes! In genere, nei primi anni i giornalisti sono molto ossessionati dalle domande relative alla sua bisessualità.

Un bilancio della mostra in occasione della sua chiusura…

Molto positivo e in un certo senso commovente. Il pubblico che ha visitato la mostra è stato per lo più composto da quasi coetanei di Bowie; non è il pubblico che va di solito alle inaugurazioni ma persone semplici che, con gli occhi lucidi e il cuore gonfio, ricordavano e raccontavano il proprio legame con l’artista. Oppure molti giovanissimi: studenti, allievi, appassionati. Talvolta soli o accompagnati dai genitori, mentre canticchiavano canzoni amate.

Un flash sul tuo personale rapporto con Bowie…

Per me con lui se n’è andata un’epoca, un’idea di giovinezza senza tempo, di “puissance”. Potenza, data dalla leggerezza che emanava la sua bellezza così eterea eppure tragica. Mi ha sempre colpito il suo sorriso e i suoi strani denti, le vette del piacere e degli abissi di cui era capace godere.

Sul tema del genere e dell’identità quale via ha tracciato David Bowie?

Noi crediamo ancora di avere un’unica identità che difendiamo contro tutto, Bowie ci ha mostrato con la sua vita e la sua arte che siamo persone dall’identità complessa, sfaccettata, capaci di accogliere più ruoli, maschere e desideri. Si percepisce un amore per la vita attraverso il quale, in modo decisamente avanguardistico, ha superato le dicotomie di genere, ponendosi oltre la necessità di definirsi, accogliendo l’altro in sé, sia esso donna, uomo, alieno, vampiro, animale (pensiamo a “Diamond Dogs”). Tutte figure della soglia, attraversamenti.

In che modo è attuale e cosa resterà nel tempo della sua figura?

Bowie è una figura chiave della post-modernità: ha scelto di intrecciare fino in fondo la sua vita con le sue opere, sperando sin dai suoi primi personaggi – Ziggy e l’Uomo che cadde sulla terra, Starman – di connettersi con l’altrove, di prepararsi un al di là. Ha reso opera d’arte anche la sua morte, consegnandoci un disco meraviglioso. Infine ha trasmesso fiducia a chi non era a proprio agio nel mondo, affinché passasse l’idea che sono tanti e diversi i modi di essere al mondo, abitandoli tutti. Per questo la sua figura ha ancora tanto da comunicarci: “Far above the moon, planet Earth is blue and ther’s nothing you can do…”.