Embrioni artificiali, Chiara Lalli: «Unico limite danni certi o almeno probabili»

L’università di Cambridge ha prodotto embrioni da cellule staminali. Sui dubbi etici sollevati Pride Online ha sentito l’autrice di “Bioetica per perplessi, una guida regionata”

Embrioni artificiali, Chiara Lalli: «Unico limite danni certi o almeno probabili»

A inizio mese l’équipe di ricerca di Magdalena Zernicka-Goetz dell’Università di Cambridge ha annunciato su Science la straordinaria scoperta. Sono riusciti a produrre in vitro un embrione di topo partendo non dai gameti maschile e femminile ma dalle cellule staminali.

Ovviamente non sono mancati da subito gli allarmismi di chi già immagina scenari di creazione o clonazione di essere viventi o umani dal nulla. Ma in realtà uno degli scopi di questa pionieristica ricerca potrebbe essere invece proprio quella di osservare e capire meglio in laboratorio i primi delicatissimi stadi dello sviluppo embrionale, evitando di ricorrere all’uso di embrioni naturali.

Nonostante ciò, ogni qual volta si parla di questo tipo di sperimentazione, che sempre più avvicinano le conoscenze umane ai segreti e all’origine della vita, i dubbi etici e la considerazione dei possibili rischi connessi emergono con forza. Rischiando di sollevare dibattiti che di razionale possono avere ben poco ma che sono tuttavia in grado di influenzare l’opinione pubblica e i decisori politici.

Per provare a orientarci meglio su un terreno così minato abbiamo sentito Chiara Lalli, giornalista e bioeticista, appena uscita col suo ultimo libro Bioetica per Perplessi, una guida ragionata (gennaio 2017), scritto a quattro a mani con Gilberto Corbellini per Mondadori Università.

«Il dato scientifico è estremamente affascinante – è il suo primo ommento – È lo stesso gruppo che l’anno scorso aveva coltivato in vitro un embrione per un record di 13 giorni».

La scienza ha ottenuto un altro inimmaginabile traguardo. Molti avanzano dubbi, altri ritengono che si tratti di una nuova possibilità di condurre ricerche etiche su embrioni artificiali senza fare ricorso a quelli naturali.

Non credo che non sarebbe etico ricorrere agli embrioni per la ricerca. Il dibattito morale su questo tema è come quello sulla cosiddetta ideologia del gender. Ideologico e spesso molto poco sensato. Perché non si dovrebbe fare sperimentazione sugli embrioni? Perché non si potrebbero usare almeno quelli destinati alla distruzione? Penso alla legge 40 che per difendere gli embrioni ha fortemente limitato la sperimentazione embrionale.

Cos’è un embrione?

È un organismo al livello iniziale di sviluppo e al quale non si dovrebbero attribuire diritti fondamentali – come quelli che attribuiamo alle persone cioè.

Cosa pensi dei timori sollevati da chi parla di esseri umani creati in laboratorio? C’è chi parla di eugenetica.

Siamo in una fase iniziale e primitiva di ricerca. Poi la prima domanda che dovremmo farci è se ci sono dei danni di tipo sanitario o di altro tipo. Per esempio, il divieto di clonazione riproduttiva umana al momento è doveroso perché la tecnica non è sicura. Eliminando questo pericolo, che cosa rimarrebbe della condanna?

I divieti eticamente legittimi sono quelli che si basano su un danno dimostrabile. Eviterei assolutamente paragoni con l’eugenetica dei nazisti o di chiunque non considerasse le libertà individuali e personali.

Lo stesso discorso vale con l’eutanasia, in cui volutamente si fa confusione tra l’autodeterminazione di oggi (posso scegliere di morire) e quella nazista in cui altri decidevano per te (cioè un vero e proprio omicidio). La richiesta di Welby o dj Fabo è del primo tipo. Sono io che decido per me. È la stessa differenza che c’è tra lo stupro e un rapporto consensuale. Tra le due pratiche, pur essendoci una coincidenza di atto, c’è una differenza abissale. Nel primo caso c’è un abuso e la mancanza di consenso dell’altro, nel secondo caso ci sono la scelta e la volontà.

Quello che fa la differenza è l’intenzione dei partecipanti. L’eutanasia nazista è paragonabile allo stupro. Mentre l’eutanasia di cui parliamo oggi è l’esercizio della mia libertà di scegliere di non vivere in condizioni che io stesso giudico non accettabili.

Ci dovrebbero essere dei limiti alla scienza? Se sì quali?

Sui danni dimostrabili. Limiti campati in aria come la hybris o la tracotanza umana non rientrano tra questi. I limiti dovrebbero essere razionali e non su base ideologica o religiosa. Ci concentriamo quasi solo su come e quando dovremmo limitare la scienza e rischiamo di non apprezzare quello che la scienza può fare. Perché la ricerca ha delle ricadute pazzesche sulle nostre vite. Noi ci possiamo permettere di vivere come facciamo oggi grazie alla ricerca, non grazie a Dio.

Cosa pensi del cosiddetto “principio di precauzione”? O del rischio che questi strumenti finiscano nelle mani sbagliate?

È diventato uno spauracchio per fermare qualsiasi avanzamento. Poi guarda caso si usa quasi solo nel dominio delle biotecnologie. Nessuno lo usa, ad esempio, per i motorini che sono molto più pericolosi di un Ogm se guardiamo ai numeri reali dei morti e di rischi.

Sembra ragionevole. Ma poi ci domandiamo: “Cosa vuol dire essere cauti?” e “Come comportarci per essere cauti?”. Il problema sta nel valutare correttamente un rischio per dire se dobbiamo vietare o no. Se una cosa è dannosa è giusto vietare. Ma dobbiamo parlare di danni misurabili e certi o almeno molto probabili. Partendo dalla consapevolezza che il rischio zero non esiste.

È giusto vietare la guida in stato di ebbrezza perché alza notevolmente il rischio e la gravità degli incidenti stradali. Ma vieteremmo l’uso dei coltelli per il rischio di tagliarci o di uccidere qualcuno? Nessuno strumento è dannoso in sé ma dipende dall’uso che ne si fa. Lo stesso coltello può essere utilizzato per tagliare l’insalata o per aggredire qualcuno.

Molto si è parlato a sproposito di principio di precauzione per gli Ogm. Ma gli Ogm sono organismi prodotti con una tecnica (raffinata e avanzata) e non si può generalizzare. Quindi se il risultato della sua applicazione è pericoloso o dannoso dipenderà dal prodotto specifico che si andrà ad ottenere e non dalla tecnica in sé. Parlare di divieto degli Ogm in generale non ha senso. La valutazione va data sempre caso per caso.