Otto marzo, donne in piazza a Cagliari al grido “Manc’una de mancu”

Pride Online ha intervistato l’attivista Benedetta Pintus sulla mobilitazione in Sardegna: «Una giornata per rivendicare i nostri diritti e lottare contro quello che ci limita, ci ingabbia e ci preclude le pari opportunità e l’equità»

Otto marzo, donne in piazza a Cagliari al grido “Manc’una de mancu”

Tra i tanti appuntamenti in calendario per l’8 marzo anche quelli organizzati in diverse città sarde. A Cagliari e Nuoro le donne sono in piazza per rivendicare i propri diritti e per aderire allo sciopero internazionale sotto il segno di “Non una di meno“. Ne abbiamo parlato con Benedetta Pintus, attivista e fondatrice del sito Pasionaria.

«A Cagliari è in corso una manifestazione che è iniziata alle 9,30 del mattino in modo da far partecipare le studentesse e gli studenti. Partita da viale Buon Cammino, ha attraversato tutta la città passando per il centro. Punti d’arrivo Piazza Matteucci e Piazza del Carmine, nella zona portuale. Due delle principali piazze della città. In Piazza del Carmine ci saranno letture, performances artistiche vario tipo fino alle 22. Non ci sarà un palco ma sarà qualcosa di condiviso e ognuna, se vorrà, potrà partecipare a livello personale per contribuire a questa riappropriazione degli spazi pubblici».

Ci sono anche altri appuntamenti in Sardegna?

Sì, è prevista anche un’altra manifestazione, a Nuoro, organizzata da Luisanna Porcu. È una manifestazione serale. Le compagne di altre zone della Sardegna hanno organizzato dei bus per venire a unirsi al corteo sin dalla mattina qui a Cagliari. Da Sassari, da Alghero e Oristano.

In relazione agli ultimi casi di femminicidio, in particolare quello di Federica Madau a Iglesias che aveva più volte denunciato il marito, qual è la situazione in Sardegna?

In Sardegna si vive una situazione analoga a quella che si vive nel resto di Italia. Il femminicidio e la violenza di genere sono diffuse allo stesso modo. Il caso di Iglesias conferma che esiste un problema. Non è solo quello dell’atto violento o del femminicidio, ma anche quello della prevenzione della violenza. Questa donna aveva più volte denunciato il suo partner.

Quanto accaduto a Iglesias, purtroppo conferma l’insufficienza nel prevenire questi atti di violenza estrema. Dobbiamo anche ricordare che il femminicidio è solo la punta dell’iceberg, la parte più tragica, quella che più spesso finisce sui giornali. Per poter prevenire ed evitare che si arrivi a questo punto, però bisognerebbe intervenire prima. Proprio questo è il messaggio che deve passare e che si cerca di far passare con “Non una di meno” a livello nazionale e internazionale.

Non basta strapparsi le vesti quando accadono fatti come nel caso di Iglesias. Ma cosa si è fatto prima? Come si è intervenuti per proteggere questa donna e tutte le altre donne nella stessa situazione? Che cosa ha passato questa donna prima che si arrivasse al femminicidio? È su questo che bisogna intervenire ed è questo che “Non una di meno“, anche in occasione dell’otto marzo, chiede che venga fatto. Annientare la cultura della violenza prima che si arrivi alla violenza fisica vera e propria. La violenza non è solo fisica, sia per quello che riguarda la violenza sulle donne che la violenza di genere. Prima di quella fisica c’è tutto un range di violenza che va da quella verbale in crescendo.

Bisogna intervenire a livello culturale, quindi. Già dalle scuole, sin dalle scuole elementari, ma come sappiamo i programmi scolastici al riguardo sono fortemente deficitari. Nonostante le aperture verbali si incontra una resistenza da parte delle istituzioni politiche e sembra che si faccia fatica a concretizzare tutto ciò.

Non è ovunque così. Non mi sento di dirlo. Ma ad esempio anche nei confronti di quello che sarà lo sciopero dell’otto marzo hanno assunto degli atteggiamenti di vario tipo, anche ‘negativi’.

Appunto, lo sciopero globale da ogni attività lavorativa e riproduttiva, che sappiamo sarà uno sciopero che coinvolgerà le donne di almeno 44 paesi. Qual è il significato che è sotteso ad un gesto così forte?

Questo sciopero, organizzato non casualmente l’otto marzo, è un modo per riappropriarsi di questa giornata che per anni è stata considerata una festa. Quando in realtà non è nata come tale. Infatti è la giornata internazionale delle donne. In realtà questa giornata è nata in un contesto politico e di lotta e in qualche modo ce ne stiamo riappropriando.

È una giornata in cui far valere e rivendicare i nostri diritti e lottare per quello che ancora ci limita, ci ingabbia e ci preclude le pari opportunità e l’equità nei vari ambiti della nostra società. Da quello lavorativo, dove c’è una disparità di tipo salariale, ma anche nella rappresentanza a livello dirigenziale col cosiddetto tetto di cristallo, che in Italia è pesante più che mai. Ma anche a livello familiare. Parliamo infatti anche di sciopero dal lavoro di cura, che nella cultura italiana grava totalmente sulle spalle delle donne. Pensiamo alla cura dei figli, degli anziani, al lavoro in casa e in generale anche i rapporti familiari. È un lavoro non retribuito, non riconosciuto, che invece è fondamentale per la nostra società.

Scioperare dal lavoro di cura non significa che una non tenga alla famiglia o alla casa. Ma dimostrare che se le donne, anche per un solo giorno, non fanno nulla si blocca tutto. Per un giorno ci fermiamo, vediamo che succede. Vediamo se il nostro lavoro viene riconosciuto e legittimato e apprezzato al di là degli stereotipi. Si parla infatti anche di sciopero dei generi e dai generi. Al di fuori proprio degli stereotipi di genere che è alla base dello smantellamento della cultura della violenza. Questa giornata è l’inizio di un percorso.

E in riferimento al video che hai realizzato, quale messaggio volevi mandare? Chi sono le protagoniste di questo video?

La rete sarda che ha organizzato la manifestazione è una rete molto variegata di cui fanno parte sia associazioni e gruppi femministi, sia associazioni studentesche, sia operatrici di centri antiviolenza,ma anche persone singole e attivisti. Quindi è qualcosa di molto variegato che si è costruito in una serie di assemblee. Le protagoniste di questo video rappresentano quindi, anche se in minima parte, la varietà di quante e quanti hanno preso parte a questa rete che supporta la manifestazione. Nel video ci sono donne molto giovani, studentesse che frequentano ancora le scuole superiori, e donne che hanno fatto la storia del femminismo cagliaritano e sardo. Rappresentano un po’ lo spettro delle donne che saranno in corteo l’otto marzo»

All’inizio del video una ragazza dice che sciopera perché “il 53% dei medici in Sardegna sono obiettori di coscienza”. Ultimamente ci sono state diverse polemiche sull’argomento. Non ultima la scelta del San Camillo a Roma di aprire le porte a medici non obiettori, seguita poi dalla levata di scudi della ministra Lorenzin. Tornando in Sardegna, l’accesso alla legge 194 è ostacolato dalla presenza massiccia di medici obiettori?

Purtroppo sì. Dobbiamo considerare il caso della Sardegna come migliore di altri seppur tra virgolette perché la media è “solo” del 53% mente in altri posti in Italia la media è molto più alta. La media italiana è del 70% ma ci sono zone in cui si arriva a sfiorare anche il 90%. Noi sarde quasi dovremmo considerarci fortunate.