Francesco Mangiacapra senza veli ne “Il numero uno. Confessioni di un marchettaro” (2° parte)

Il giovane napoletano, che ha abbandonato la carriera forense per intraprendere la libera professione di escort, si racconta nel libro confessione edito dalla Iacobelli. Pride Online ne ha raccolto in un’intervista la testimonianza (VIDEO)

Francesco Mangiacapra senza veli ne “Il numero uno. Confessioni di un marchettaro” (2° parte)

Francesco Mangiacapra, il giovane napoletano che alla carriera forense ha preferito la libera professione di escort, ha deciso di parlare di sé nel libro “Il numero uno. Confessioni di un marchettaro“, edito in febbraio per i tipi guidoniani della Iacobelli. Pride Online, che l’ha intervistato al riguardo nella giornata d’ieri, è tornato a porgli alcune domande afferenti ad alcune realtà, tratteggiate nel singolare memoriale.

Francesco, sulla base delle tue esperienze qual è la tipologia di cliente che preferisci e quale quella che detesti?

La rosa della clientela è talmente ampia e diversificata per estrazione sociale, età, stato civile, professione, orientamento sessuale, provenienza geografica, che di fatto non esiste alcun prototipo al riguardo. Anzi, le persone più insospettabili sono spesso quelle che più vivono un rapporto conflittuale con le proprie fantasie sessuali. Quelle che inevitabilmente finiscono per salire a galla in maniera tanto più prorompente quanto più è veemente la loro fatica nel reprimerle invano.

Le persone a letto hanno tutte i medesimi desideri al di là della propria posizione sociale. Quando ci stendiamo su un letto tutti i gradini sociali e relazionali si azzerano. Anche se mi capita un bel ragazzo, in realtà non riesco a godere della situazione e del momento. Solo per il fatto che si tratta d0un cliente e non d’una persona che incontro per mio divertimento, non riesco a lasciarmi andare. Chi si prostituisce trova il modo di vendersi ma non sempre è in grado di trovare il modo di darsi.

Nel tuo libro una lunga parte è dedicata ai “preti peccaminosi”, che hai avuto modo di incontrare nel corso della tua carriera. Qual è il tuo parere riguardo ai sacerdoti che cercano sesso e, più precisamente, sesso a pagamento?

Mi piace pensare che i preti, che vengono con me, non siano anime da salvare ma solo cuori e menti da liberare: fondamentalmente il mio lavoro è simile a quello dei preti, solo più scrupoloso. Forse se la Chiesa non imponesse il celibato ai sacerdoti, sarebbero tutti più sereni con sé stessi e con il mondo.

Non sono un anticlericale accanito. In realtà nel mio libro ho voluto solo far emergere il marcio di qualche mela: se poi qualcuno vuole ritenere tutte le altre mele appetibili, non sarà certo il mio racconto a far traboccare il cesto. La Chiesa è una grande lobby, che da millenni specula sulla credulità delle persone. Io non sono nessuno in confronto. Ognuno fa il suo gioco, ma capita che qualche volta un gigante inciampi in una formica.

L’anno scorso sei venuto alla ribalta per aver denunciato il caso di don Luca Morini, alias “Don Euro”, nel cui processo ecclesiastico sei il principale accusatore e testimone chiave. A causa della tua denuncia e del caso che hai sollevato, Morini è attualmente anche indagato dalla procura della Repubblica. Cosa ti ha spinto a denunciarlo? C’è stata dell’acredine nel farlo?

Quando qualcuno, come nel caso in questione, vilipende il mio onore, dubitando della mia intelligenza, mi lancia una sfida che, malauguratamente per lui, è persa in partenza perché io, a differenza di molte altre persone, non ho perfettamente nulla da nascondere e vivo il mio lato oscuro alla luce del sole.

Quello che mi ha spinto a denunciare Morini non è stato il fatto che lui fosse un prete, quanto piuttosto che abusasse della sua condizione per sperperare denaro che non era destinato alle sue passioni. E, soprattutto, il fatto che volesse abusare della fiducia dei ragazzi che contattava. Si spacciava per giudice promettendo grandi occasioni lavorative nel pubblico impiego a ragazzi evidentemente più ingenui di me. Non si può scherzare su un argomento tanto delicato come il lavoro, soprattutto al Sud e in questo periodo di crisi generalizzata.

Non si può sempre essere omertosi. Per questo ho denunciato tutto pubblicamente. Non certo con l’intento di farmi pubblicità ma per mera coerenza, che è quella che da sempre mi contraddistingue.

Che cosa pensi della regolamentazione della prostituzione? Qual è il tuo impegno a riguardo?

Sono favorevole a un’intelligente regolamentazione purché non si tratti di mera tassazione. Da sempre collaboro coi Radicali, presto la mia immagine all’associazione “Certi Diritti” e spesso mi capita di intervenire in alcuni congressi proprio per parlare della legalizzazione della prostituzione, che sarebbe fondamentale per far emergere il sommerso. La prostituzione esiste ed esisterà sempre. Paradossalmente la legalizzazione, dal punto di vista sociale, aiuterebbe anche a scrollare di dosso lo stigma chi si prostituisce, come è già successo per le unioni civili.

Giusta certamente la tassazione, ma la regolamentazione non dovrebbe fermarsi solo a questo aspetto. Essa dovrebbe consentire alle persone che vogliono iniziare o smettere di prostituirsi di farlo in maniera informata, consapevole e assistita. Dovrebbe garantire a chi si prostituisce la tutela nonché la possibilità di fare impresa e di pubblicizzarsi. Non a caso il noto sociologo francese Frédéric Martel ha definito il mio modo di prostituirmi una vera e propria “start up sessuale unipersonale”.

Che cosa ricordi dell’incontro con Frédéric Martel?

Frédéric Martel è un intellettuale che riesce a vedere il valore delle persone al di là dell’apparenza. Ci siamo conosciuti alla presentazione di un suo libro. Successivamente, avendomi visto in tv schierato a viso scoperto contro un prete, si è incuriosito e mi ha cercato per intervistarmi.

In quella occasione gli ho sottoposto il testo del libro, che stavo scrivendo, per avere una sua opinione. “Il tuo è un testo politico, quello di un prostituto politico” mi ha detto. Ha da subito compreso che al mio scritto è sottesa una critica radicale al capitalismo post-industriale e alla globalizzazione dell’economia. Ma che la mia è anche una severa testimonianza sulle attuali politiche che hanno abbandonato alla disoccupazione di massa l’Europa del Sud e in particolare il sud Italia.

Il valore, che ha attribuito al mio testo, mi ha inorgoglito così tanto che gli ho chiesto di poter utilizzare le sue parole sulla quarta di copertina del libro.

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