Francesco Mangiacapra senza veli ne “Il numero uno. Confessioni di un marchettaro”

Il giovane napoletano, che ha abbandonato la carriera forense per intraprendere la libera professione di escort, si racconta nel libro confessione edito dalla Iacobelli. Pride Online ne ha raccolto in un’intervista la testimonianza (1° parte)

Francesco Mangiacapra senza veli ne “Il numero uno. Confessioni di un marchettaro”

Francesco Mangiacapra non necessita di presentazioni. Il giovane napoletano di buona famiglia, che si è lasciato alle spalle toga e tribunali – la sua storia sembra ricordare quella di un partenopeo doc come s. Alfonso ma secondo un percorso contrario alla soluzione ascetica dell’avvocato de’ Liguori – per intraprendere la libera professione di escort, è noto da tempo in ragione del suo coraggioso anticonformismo e della denuncia ultima nei riguardi del sacerdote Luca Morini, meglio conosciuto con l’appellativo di “Don Euro“.

Francesco ha deciso infine di raccontarsi in una sorta di memoriale autobiografico, scritto in collaborazione col regista Mario Gelardi. Prefato dal conduttore televisivo Pino Strabioli e arricchito della postfazione di Claudio Finelli, che ha definito l’ex allievo degli Scolopi “un Pride quotidiano contro l’ipocrisia“, il libro di Mangiacapra è intitolato Il numero uno. Confessioni di un marchettaro ed è stato edito in febbraio per i tipi guidoniani della Iacobelli. Un’opera da leggere senza le lenti del pregiudizio perbenista perché quella di Francesco, come chiarito dal celebre sociologo e storico francese Frédéric Martel, «è una testimonianza nuda e cruda come il mondo che descrive. È anche un testo politico. Quello di un prostituto politico».

Abbiamo perciò voluto raccogliere la sua diretta testimonianza e farci raccontare la genesi dell’opera.

Francesco, perché ti definisci nel titolo del libro “il numero uno” quasi da apparire un egocentrico?

Il numero uno non è un’autoproclamazione di superiorità rispetto a qualcuno. Non sarei mai così presuntuoso, Il numero uno è un modo per spiegare come, per un certo periodo, sono stato l’escort di Napoli più richiesto, più pagato e più desiderato. Non lo sono stato perché più bello, più bravo o migliore di altri ma perché, a differenza di altri, ho saputo semplicemente vendere sempre il corpo con il cervello. Ho capito che solo quando ci si attribuisce un valore, le persone sono liete di riconoscercelo. Per il tramite la prostituzione ho raggiunto i miei scopi. Ma, ripeto solo grazie a me stesso, grazie all’uso del cervello.

Il Francesco che emerge dal libro è totalmente veritiero o differisce in qualcosa nella vita reale?

Il libro non è un’apologia di me stesso e della mia attività. L’intento è quello di fare un’autoterapia liberatoria. Mostrarmi, cioè, per quello che sono senza abbellimenti e col cinismo di alcune mie posizioni sulla vita, sul sesso, sull’omosessualità, sulla politica. Senza chiedere l’assoluzione o la comprensione di nessuno, semplicemente perché non ne ho bisogno. “Il numero uno” nasce dalla solitudine, dalla rabbia, dall’orrore verso i lati più beceri dell’ipocrisia umana. Ma soprattutto dall’inaccettazione dell’ordine costituito delle cose e dalla vulnerabile sensibilità di sapere che dietro al velo c’è la verità. Nasce inoltre dall’impegno nel conseguire quella vita, che se non fosse costellata di orrori, non ci permetterebbe di contemplare le bellezze che le cadute ci offrono.

Esso è un invito a essere uomini distanti negli intenti dalle comuni consuetudini. Ma è soprattutto una rivendicazione di dignità e trasparenza: la dignità delle puttane, che col denaro si tengono lontane dalle sozzure dell’anima altrui; la trasparenza di un santo, perché pochi come me sanno essere onesti con sé stessi nel realismo della vita.

Qual è stata la reazione delle persone all’uscita del libro e quale quella delle persone che sanno del lavoro che fai?

Il libro ha suscitato grande curiosità, spesso morbosa, fin dall’uscita. Della prostituzione maschile è stato detto e scritto poco. Sono inoltre poche le persone disposte a raccontarsi senza veli. Personalmente sono pienamente consapevole che la mia dignità umana prescinde dal biasimo e dallo stigma come anche dall’approvazione altrui.

Se il coming out è un valore come l’amore per la verità, dichiarare la propria attività non può che essere un valore, nonostante la riprovazione sociale che ne consegue. Perché mai dovremmo continuamente negoziare con la società su cosa poter fare e cosa non poter fare con il nostro corpo e sul nostro corpo? Io ho sempre vietato al prossimo di spadroneggiare nella mia vita. Ma, se provassi timore per l’altrui giudizio, allora sarei di fronte al mio padrone o a chi tenta di esserlo. Il mio è un modo per affrancarsi dalla schiavitù intellettuale impostaci dalla società. Una schiavitù percepita come “normale” solo perché “normalizzata” e “normata”.

Considerare il guadagno materiale come riscatto umano e sociale significa dire, in un certo qual senso, che lo schiavo vuole affrancarsi non perché desideri essere libero ma perché in fondo desidera lui stesso essere padrone. Ecco il giusto peso sociale del guadagno.

Andando a ritroso nel tempo, che cosa ti ha indotto ad abbandonare una carriera come quella di avvocato per intraprendere quella di accompagnatore?

Ero laureato e, come tanti della mia generazione, senza un’indipendenza economica né prospettive lavorative. Un giorno, in cui avvertivo più forte la mia nullità a dispetto della mia ricchezza interiore, una persona con cui non sarei mai andato gratis mi propose di pagarmi per fare sesso e io mi incuriosii. Accettai non perché volessi prostituirmi né perché avessi impellente bisogno di denaro quanto piuttosto per nutrire la mia autostima. Non sarebbe stata l’idea di prostituirmi a privarmi della dignità. Lo era, al contrario, l’assenza d’emancipazione. Avevo perciò tutto da guadagnare e nulla da perdere.

Quando i miei colleghi di università, che hanno optato per la carriera forense, si lamentano di non poter arrivare a fine mese, di non potersi permettere di andare a vivere da soli o di comprarsi la macchina, quando si lamentano di non riuscire a coprire le spese con i guadagni perché il mondo dell’avvocatura è inflazionatissimo, mi convinco sempre di più che non c’è davvero nessun motivo per non poter condividere la mia scelta.

In giro ci sono troppe persone che, pur di salvare la faccia, non ammette di prostituirsi per mestiere mentre, invece, per opportunismo finisce col vende corpo, intimità e attenzioni in cambio di speranze, favori, raccomandazioni. Insomma vogliono dare la parvenza di essere soggetti integerrimi, che in realtà non sono.

(continua)

  • Giorgio Cannizzaro

    Penso questo sia il miglior articolo-intervista che ho letto sinora sul libro. Francesco Lepore non si è soffermato, come i più, sulla questione del “marchettaro”, che tanto può interessare i più superficiali; l’intervistatore è andato oltre, ha capito la persona dietro il personaggio, il lavoro psicologico dietro la marchetta, Francesco dietro “Il Numero Uno”. Alle domande dell’intervistatore Mangiacapra risponde col suo stile unico e personale, che chi ha letto o sta leggendo il libro non può che apprezzare; sposta l’attenzione sulle motivazioni dietro i fatti, permettendoci di capire le sue scelte, mai banali; ne esce fuori, ancora una volta, una persona dall’encomiabile morale, dal forte senso di giustizia, che da forte opera nel buio per portare alla luce le ragioni dei deboli, senza tornaconti.