Daniela Danna risponde a Bausone: «La sentenza di Trento ha un problema»

Daniela Danna risponde all’articolo ‘L’utero-comunismo di Daniela Danna e la guerra ideologica alla gestazione per altri’ a firma di Alessia Bausone: «Non cancellate le madri»

Daniela Danna risponde a Bausone: «La sentenza di Trento ha un problema»

In replica all’articolo L’utero-comunismo di Daniela Danna e la guerra ideologica alla gestazione per altri a firma di Alessia Bausone, uscito qualche giorno fa su Pride Online, riceviamo e pubblichiamo la risposta di Daniela Danna.

«È bello e giusto quando i tribunali italiani riconoscono la genitorialità di due donne o di due uomini che hanno cresciuto insieme dei bambini. Nel caso di Trento erano ben sei anni che il padre biologico e il suo compagno se ne occupavano. Ma la sentenza di Trento non ha solo riconosciuto la loro genitorialità: ha accettato un certificato di nascita emesso all’estero in cui la madre di questi gemelli non compare, nemmeno per dichiarare il suo anonimato. Significa che quella donna non ha avuto nessuna possibilità di scegliere se rinunciare alla sua genitorialità (cioè ad essere madre sociale) alla nascita dei gemelli, dopo che la sua gravidanza e il parto l’hanno resa madre (di nascita). Le giudici hanno scritto che hanno accettato il certificato perché la donna non è stata pagata.

Ma in nessun paese al mondo in cui è stato approvato l’istituto giuridico della Gpa (gravidanza per altri) le donne che si prestano a fare figli per altri non vengono pagate. La Gpa è la base legale per emettere certificati di nascita senza la madre assegnando ai committenti la genitorialità ancora prima della nascita – un’assurdità legale, impossibile nel nostro e nella maggior parte dei paesi. La chiamano “Gpa altruistica” in Canada e altri paesi perché ufficialmente ricevono rimborsi spese. Ma i cosiddetti rimborsi spese, che nessuno controlla, sono dell’ordine di 20-30.000 euro, cioè sono veri e propri salari per la gravidanza. Nessuno vuole ammettere che per queste donne la gravidanza è un lavoro, contrario a ogni diritto sindacale: 24 al giorno per nove mesi ininterrotti con una bambina come prodotto da consegnare. Certo, molte di queste donne ne sono felici, per fortuna fanno un lavoro che a loro piace. Ma non è questo il criterio con cui ammettere o meno una prestazione lavorativa nel diritto.

Proprio a gennaio la Cassazione si è pronunciata sull’anonimato delle madri di nascita che in Italia non vogliono riconoscere i figli, e ha vietato di cancellarne ogni traccia. La giurisprudenza europea (e una direttiva della Commissione del 2004) riconosce come parte del diritto all’identità la registrazione delle origini di ogni persona, in modo che possa rivolgersi a un giudice (in Italia a partire da 25 anni di età, in altri paesi prima) per chiedere di essere messa in contatto con la madre o le persone all’origine dei suoi gameti, richiesta che la madre o il padre biologico o la donna che ha venduto/donato l’ovulo (donna che sta nella stessa posizione del padre rispetto alla prole) possono anche naturalmente rifiutare.

Quella che le giudici di Trento hanno tentato di fare – ma il Procuratore generale ha fatto ricorso in appello per conto dello Stato italiano – è stato nientemeno che la cancellazione legale della figura della madre. Questo non è da festeggiare, perché apre le porte alla considerazione delle donne come semplici contenitori di figli altrui, che era una delle ragioni per cui l’aborto in Italia era proibito, per cui non si poteva tramandare il cognome materno, per cui alle donne può venire sottratta la prole anche contro la loro volontà».

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