Addio a Jannis Kounellis, l’autore della V della memoria

È venuto a mancare l’artista di origine greca, maestro indiscusso dell’Arte Povera. Lo ricordiamo per aver concepito nel 2007 un’opera dedicata ai “triangoli rosa”, le vittime omosessuali dei campi di concentramento nazisti

Addio a Jannis Kounellis, l’autore della V della memoria

Molte parole si sono scritte in queste ore per la morte di Jannis Kounellis, un gigante dell’arte contemporanea italiana. Uno dei pilastri del secondo Novecento con la sua Arte Povera, Kounellis nacque in Grecia nel 1936 e si trasferì a Roma a vent’anni per studiare all’Accademia delle Belle Arti. Proprio nella città dove è vissuto e ha lavorato tutta la vita si è spento ieri.

Si è sempre definito un pittore, ma viene ricordato soprattutto per essere autore di installazioni e performance memorabili: dai cavalli legati alle pareti della galleria L’Attico di Roma nel 1967 alla famosa Porta chiusa con le pietre di San Benedetto del Tronto nel 1969 fino ai buoi macellati di Barcellona nel 1989.

Fuoco, labirinti, sacchi, carbone, ferro, farfalle, cocci sono i materiali concreti, umanissimi, con cui ha tracciato le tappe della sua ricerca artistica incessante e mai uguale a se stessa. Una lunga e fortunata carriera costellata di opere provocatorie e spiazzanti, destinate a fare discutere e riflettere il mondo dell’arte italiano e internazionale. Materiali d’uso comune ed elementi mitici quanto simbolici si incontrano nella costruzione di vere e proprie scenografie in cui è il visitatore a diventare protagonista. Un’arte concepita come monumentale e pubblica, mai come atto privato, destinata a occupare spazio e ad avere un peso specifico, non solo in senso fisico, ma soprattutto mentale.

Noi vogliamo rendere omaggio a Jannis Kounellis ricordando solo una piccola cosa. La sua partecipazione, cioè. nel 2007 a una mostra collettiva organizzata in occasione del Giorno della Memoria per commemorare le vittime dell’Olocausto. La mostra, dedicata in particolare a persone gay e lesbiche perseguitate e internate nei campi di concentramento nazisti, si intitolava “Il Triangolo Rosa” ed era stata allestita negli spazi della Cappella Orsini di Roma. Nata da un’idea di Andrea Conte e curata da Roberto Lucifero, vide dei maestri – Fabio Mauri, Piero Pizzi Cannella, Hermann Nitsch e, appunto, Kounellis – affiancati ad altri artisti come Paolo Bielli, Pietro Calabrese, Sabina Cuneo, Ursula Franco, Vito Gemmati, Maurizio Ruggiano, Salvatore Previti.  In occasione di quell’evento Jannis Kounellis espose un’opera semplice e austera realizzata appositamente per la mostra, costituita da due travi di acciaio oblique che convergevano verso il basso in modo da formare una grande V.

La solida materia metallica si stagliava su un fondo bianco, occupato completamente e quasi annullato da una macchia di colore nero, una colatura impulsiva, quasi gestuale. Nel contrasto che si veniva a creare, la potente evocazione di tutto lo strazio della prigionia. Forse una mostra minore in un curriculum pieno di successi, attestazioni di merito e pubblici riconoscimenti.

Ma che dà la misura dell’uomo, della sua sensibilità, dell’etica del suo lavoro e di una pratica artistica che non si concepisce come a se stante, avulsa dalle problematiche della società, ma che con essa dialoga e continua a dialogare, con passione e sensibilità, indicandoci la strada in un momento storico in cui la superficie sembra essere più importante della profondità.