Calcio, l’autocritica di Kevin-Prince Boateng: “Troppi errori da giovane”

L’ex giocatore del Milan, testimonial contro il razzismo, ha parlato delle esperienze passate per dire ai giovani: “Impegnatevi sempre tutti i giorni nella scuola, nel lavoro, nello sport”

Calcio, l’autocritica di Kevin-Prince Boateng: “Troppi errori da giovane”

Kevin-Prince Boateng, ex giocatore del Milan ora in Spagna nel club Las Palmas, ha fatto autocritica per spronare i giovani al sacrificio durante la pratica sportiva. Lo sport non ha il dovere di essere solo spettacolo: è uno strumento educativo e formativo, un’occasione di crescita autentica e completa, una palestra di vita oltre che di talento atletico. E, soprattutto, occorre equilibrio quando da giovane ci si può trovare all’improvviso dall’essere povero a ricco grazie proprio al calcio.

Boateng, nato a Berlino Ovest da madre tedesca e padre ghanese, è cresciuto nel quartiere di Wedding, popolato per circa un terzo da immigrati. Lì il tasso di disoccupazione e di criminalità era molto alto: «Con la mia famiglia vivevo in un quartiere molto povero, è stato difficile per crescere lì. Tutto ciò che mancava nella mia vita spero adesso posso darla a mio figlio».

Nel 2007 ha sposato Jennifer Michelle, tedesca di padre foggiano, che lo ha reso padre di un bambino, Jermaine-Prince, ma nel 2011 si è separato dalla moglie che è tornata in Germania con il figlio. Successivamente ha iniziato una relazione con l’ex velina Melissa Satta, ora opinionista televisiva a Mediaset, dalla quale ha avuto un figlio, Maddox Prince, prima di unirsi in matrimonio nello scorso 2016.

«Quando avevo 18 anni, dopo le giovanili con l’Hertha Berlino, giocavo nel Tottenham e guadagnavo molto. 5 milioni l’anno con i quali cercavo di comprarmi la felicità: le macchine, le donne, il mondo – ha raccontato sia al Marca che al Daily Mail –. Comprai una Lamborghini e la usai una settimana. Avevo molti amici ma non erano veri. Mi spingevano a uscire invece che ad allenarmi. Un giorno mi sono detto: Non voglio essere questo tipo di persona e atleta. Nella vita è importante ammettere i propri sbagli. Ai giovani dico: impegnatevi sempre tutti i giorni nella scuola, nel lavoro, nello sport».

Diplomatosi in microeconomia aziendale, conosce sei lingue: inglese, tedesco, turco, italiano, francese e perfino arabo: «Oggi la globalizzazione è entrata anche nello sport: se vuoi integrarti nei club devi studiare le lingue».

La sua parentesi calcistica più bella a Milano in maglia rossonera: «Appena arrivato al Genoa in Italia, il mio agente mi parlò del Milan e decisi di accettare la proposta del glorioso club rossonero. Il primo giorno fu per me un sogno. Ero seduto vicino a Pirlo con l’armadietto che era stato di Beckham. Lì i campioni erano tanti, ma io trovai il mio spazio. È stato il momento migliore della mia carriera, vincendo il campionato»

Poi l’addio, lo Schalke, il periodo di stop forzato, il ritorno senza gloria deludente in rossonero e la partenza per la Spagna, ricominciando dalle Canarie con il Las Palmas, squadra rivelazione del campionato spagnolo. Nel 2013, in un’amichevole contro il Busto Arsizio, scagliò lontano il pallone in segno di protesta con i cori razzisti contro di lui. Quel pallone arrivò lontano: fu invitato dall’Onu come testimonial contro le discriminazioni razziali.

«Il razzismo è ancora tra noi e rappresenta ancora un problema. Il razzismo non è solo un argomento che si riferisce alle storie dei tempi passati o che semplicemente accade in territori lontani dal nostro. Il razzismo è reale ed esiste qui e ora. Il razzismo si trova nelle strade sul posto di lavoro e anche negli stadi di calcio. Ci sono stati momenti nella mia vita in cui non volevo neanche affrontare il problema. Ho cercato di ignorare il razzismo, come se fosse un mal di testa che sai andrà via prima o poi. Ma quella era un’illusione. Ho deciso di interrompere la gara e ho scagliato la palla sulle tribune perché mi sentivo profondamente arrabbiato e offeso dalle ingiurie razziste a me indirizzate dagli spalti. Abbiamo il dovere di fronteggiare il razzismo e combatterlo. Il concetto di “un po’ razzista” non esiste. Non esistono quantità tollerabili di razzismo. Il razzismo è assolutamente inaccettabile e insostenibile indipendentemente dal luogo o dalla forma in cui si manifesta. Il razzismo, inoltre, va ben al di là del bianco contro nero. Ci sono molti altri tipi di razzismo che arrivano da persone di diverse nazionalità e colori. Non possiamo permetterci di essere indifferenti o passivi. Noi abbiamo la possibilità di parlare e raggiungere il cuore di una parte della popolazione a cui le discussioni a livello politico non potranno mai arrivare. La storia ci dimostra quanto importanti siano stati i contributi di famosi atleti. Dobbiamo ispirarci alle persone che hanno messo le proprie vite a rischio per la causa. L’indifferenza rafforza il razzismo».

 

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