Coppie omosessuali discriminate da Media World: il caso giuridico

La campagna social #boicottaMediaWorld, promossa da Pride Online, ha spinto l’azienda a chiedere scusa. Ma manca ancora l’annunciata modifica alle parti discriminatorie del Regolamento. Ecco cosa si può fare per far cessare un tale comportamento

Coppie omosessuali discriminate da Media World: il caso giuridico

Media World ha discriminato le coppie omosessuali dall’accesso all’evento “La corsa di San Volantino”, un concorso ad estrazione per vincere prodotti tecnologici gratuiti riservato ai possessori di “carta fedeltà” e legati a una persona di sesso opposto.

Come è inquadrabile giuridicamente tale comportamento dell’azienda? L’assonanza tra “San Volantino” e San Valentino, tradizionale festa degli innamorati, la riserva del concorso a dei partner e la coincidenza tra il periodo di apertura del concorso e il 14 febbraio rendono inequivoco che tale coppia sia una coppia di persone affettivamente legate, purché, come da regolamento, di sesso opposto e maggiorenni. Vi è indubbiamente quello che il diritto europeo (per primo) chiama “discriminazione diretta” delle coppie omosessuali, benché in Italia siano giuridicamente riconosciute.

L’autonomia privata e la libertà di iniziativa economica possono permettere una simile discriminazione? L’articolo 41 della Costituzione prevede che la libertà di iniziativa economica dei privati possa essere limitata in nome di valori quali la “utilità sociale” e la “sicurezza, libertà e dignità umana”. La discriminazione lede la dignità umana che, invece, va valorizzata dall’autonomia contrattuale dei privati, inclusa anche nella grande distribuzione al pubblico di beni o servizi tecnologici.

Secondo Roberto de Felice di Rete Lenford «l’articolo 1469 bis del Codice civile richiama per i contratti con i consumatori i loro diritti fondamentali, tra cui quelli a essere trattati con correttezza ed equità, come stabilito dall’articolo 2, comma 2, lettera c bis) ed e) del Codice del consumo». Come taluni altri studiosi hanno evidenziato «non si può non riconoscere oggi la forza precettiva, integrativa e interpretativa del divieto non discriminatorio anche nell’ambito dell’esercizio dell’autonomia privata».

Questo generale divieto di discriminazione (di derivazione europea) è volto a tutelare anche la parte che intende acquistare un bene o un servizio per scopi non professionali, ossia il consumatore. Il contraente che si rivolge al pubblico (nel nostro caso, Media World) non è soltanto destinatario del divieto di discriminazione, bensì è anche tenuto, ai sensi dell’articolo 1337 Codice civile, ad adottare gli opportuni strumenti di prevenzione della discriminazione.

Quali potrebbero essere dei rimedi efficaci per far cessare questa discriminazione? Secondo la dottrina (Maffeis), «di fronte a un rifiuto secco di trattare, il soggetto discriminato potrà ottenere un ordine di cessazione del comportamento».

Un primo rimedio, dunque, può essere quello di ricorrere al giudice per la rimozione degli effetti discriminatori ai sensi dell’articolo 140 bis del Codice del consumo. Tale ricorso può essere accompagnato dalla richiesta di risarcimento del danno, anche non patrimoniale, in caso di esclusione dall’offerta al pubblico (o dal beneficio concesso a un pubblico ristretto di consumatori) per motivi attinenti al proprio orientamento sessuale, che nulla hanno a che vedere con la ratio economica dell’operazione. Inoltre, siccome la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha affermato che l’esistenza di una discriminazione diretta non presuppone un denunciante identificabile che asserisca di essere stato vittima di tale discriminazione (cfr. CGUE 10 luglio 2008, causa 54/07), anche gli enti esponenziali (associazioni LGBTQI) sono legittimati a esperire un’azione risarcitoria.

Un altro rimedio efficace può essere l’invio di una istanza di intervento (tramite webform o Pec) da parte di soggetti singoli o associazioni,che ne abbiano interesse, all’Autorità garante della concorrenza e del mercato per violazione del divieto di discriminazione secondo quanto previsto dall’articolo 22 della delibera AGCM 1 aprile 2015 (n.25411) con richiesta di sospensione provvisoria e urgente della pratica discriminatoria ai sensi dell’articolo 8.

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