Trump, l’America rischia di più con la svolta anti-immigrazione

Il provvedimento del neopresidente contro l’immigrazione rinnega decenni di progresso internazionale sui diritti umani ed espone gli Usa a nuovi attentati

Trump, l’America rischia di più con la svolta anti-immigrazione

«Gli Stati contraenti […] si impegnano ad adottare immediatamente misure efficaci per eliminare ogni incitamento a una tale discriminazione od ogni atto discriminatorio, tenendo conto, a tale scopo, dei principi formulati nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo».

Nel 1966 veniva firmata la Convenzione di New York promossa dalle Nazioni Unite (la citazione riprende l’art. 4) sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, che sarebbe stata ratificata dall’Italia con la legge 654 del 13 ottobre 1975.  Dopo le modifiche introdotte nel 1993 quella norma è divenuta nota come legge Mancino-Reale e costituisce la principale base giuridica per la condanna del razzismo e delle discriminazioni culturali e religiose, nonché il nucleo essenziale intorno al quale ruotano le proposte di formalizzare la condanna dell’omotransfobia anche in Italia.

Improvvisamente, a oltre 50 anni da quella data, Donald Trump rinnega di fatto un percorso politico che è stato, nel mondo intero, un punto di riferimento contro il razzismo a livello globale. E lo fa da presidente degli Stati Uniti d’America.

Il Muslim Ban, il provvedimento, che blocca l’accesso dei migranti negli Stati Uniti da Siria, Libia, Iran, Iraq, Somalia, Sudan, Yemen per 120 giorni (e in modo permanente dalla Siria) e prevede la riduzione di oltre il 50% del piano di accoglienza dei rifugiati, ha il sapore di una vera svolta di altri tempi quasi all’insegna della “difesa della razza”.

Esecutività immediata, persone bloccate negli aeroporti, famiglie che non possono ricongiungersi. Secondo quanto riporta il New York Times persone provenienti dai Paesi incriminati sono state arrestate al loro arrivo nonostante in possesso di regolare visto.

Montano i ricorsi e le azioni legali.  Sorgono proteste negli aeroporti e nelle piazze, sostenute anche da volti noti come Zuckerberg, che ha posto l’accento su quanto gli Usa siano una nazione di migranti, e Tim Cook. Dall’Europa May, Merkel, Hollande e Gentiloni esprimono con diverse sfumature un’evidente preoccupazione.

Intanto anche la magistratura americana si è mossa contro il neopresidente. Il giudice federale Ann M. Donnelly ha firmato un’ordinanza per fermare i rimpatri forzati, stabilendo che i rifugiati o altre persone interessate dalla misura e che sono arrivati negli aeroporti statunitensi non possano essere espulsi. L’ordinanza di emergenza interesserebbe fino a 200 persone  che, fermate negli aeroporti, rischiano in questo momento di non poterne uscire.

In definitiva, gli Stati Uniti d’America si trovano improvvisamente a bollare come potenziale “terrorista” l’intera popolazione di 7 Paesi, stralciando decenni di lavoro sui diritti umani portato avanti dall’intera comunità internazionale.

«Una decisione agghiacciante che potrebbe avere conseguenze catastrofiche – così Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International -. Alcuni dei peggiori scenari che temevano rispetto all’amministrazione Trump si sono già realizzati. Con un tratto di penna il presidente ha trasformato in atti la sua odiosa retorica pre-elettorale, in questo caso selezionando le persone unicamente in base alla loro religione».

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L’Unhcr (Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite) ha sottolineato invece che «la tradizione politica degli Stati Uniti di accogliere i rifugiati ha creato una situazione di doppio beneficio: ha salvato la vita di alcune delle persone più vulnerabili del mondo, che hanno a loro volta arricchito e rafforzato le loro nuove società. Il contributo che rifugiati e migranti hanno apportato ai Paesi che li hanno ospitati in tutto il mondo è stato assolutamente positivo».

Ciò che sembra ancor più grave, a ragion veduta, è la natura impulsiva e propagandistica dell’azione di Trump. Nel motivare il provvedimento il presidente ha ricordato l’11 settembre, sostenendo che «la politica del dipartimento di Stato impedì ai funzionari consolari di esaminare adeguatamente le richieste di visto di alcuni dei 19 stranieri che finirono con l’uccidere circa 3000 americani».

Trump omette però che gli autori degli attentati provenivano dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti, dall’Egitto e anche dal Libano: nessuno di questi Paesi è nella lista incriminata. In più, riflettendo sulle indagini che si sono susseguite dopo gli attentati degli ultimi anni, è evidente quanto i terroristi siano in grado di falsificare documenti e cittadinanza. Allo stesso modo risulta chiara anche la presenza dei cosiddetti “lupi solitari“. Persone, cioè, che, già residenti nei Paesi da colpire, non hanno contatti diretti con i terroristi e si lasciano istigare attraverso web e social dai messaggi d’odio della rete estremista, la quale si alimenta proprio grazie a provvedimenti e dichiarazioni come quelle del tycoon.

L’azione di Trump risulta pertanto, oltre che politicamente catastrofica, inefficace negli obiettivi che vorrebbe raggiungere e persino controproducente. Siamo di fronte, infatti, a un formidabile materiale di propaganda per la narrazione “anti-occidentale” dell’Isis (specie se consideriamo le eccezioni per i migranti cristiani), che avrà buon gioco a puntare il dito contro il neopresidente elevandolo a nemico numero uno dell’Islam.

Tra le ultime dichiarazioni di Trump, una in particolare suona molto preoccupante:  «Vogliamo mantenere i terroristi islamici radicali fuori dagli Usa, per garantire che non si ammetta nel Paese la stessa minaccia che i nostri soldati combattono all’estero». Nel linguaggio di Trump inizia a risuonare la retorica dell’emergenza e della guerra, anche in assenza di recenti attentati o reali “emergenze”. Vista la totale natura propagandistica di simili provvedimenti, che non riguardano in minima parte quei terroristi già potenzialmente attivi sul suolo americano, cosa dobbiamo aspettarci da Trump in caso di un nuovo attentato?

A fronte di un presidente che afferma di voler combattere il terrorismo a spada tratta insieme alla Russia di Putin, oggi l’America si risveglia nei fatti molto più insicura. Ci sono tutti gli elementi per ritenere, infatti, che chiunque stesse in questo momento preparando un attentato negli Stati Uniti, muovendosi nell’immaginario collettivo della propaganda Isis, adesso abbia molti motivi in più per entrare in azione.