India, donne musulmane contro il divorzio breve

Firmata una petizione alla Suprema Corte del Paese asiatico. In 50mia hanno chiesto l’illegittimità della pratica secondo cui un marito può disconoscere la moglie usando tre volte la parola “talaq” anche con messaggi whatsapp

India, donne musulmane contro il divorzio breve

La sua pratica non viene mai menzionata nel Corano. Eppure in India, in tema di matrimonio e di leggi che lo regolamentano, il cosiddetto divorzio breve verbale è una pratica ancora in uso. Non un diritto, tuttavia, ma un privilegio visto che a poterlo mettere in pratica sono solo i mariti. E basta una sola parola: “talaq-ul-bidat”, che, tradotta, significa “ripudio”. È sufficiente che un uomo la ripeta tre volte che il vincolo matrimoniale è subito sciolto. Nessun processo, quindi, nessun contraddittorio né tantomeno la tutela dei diritti della donna che da un momento all’altro si ritrova senza niente: senza casa e senza soldi. A opporsi contro questa tradizione sono state 50mila donne musulmane che hanno firmato una petizione con la quale hanno investito la Corte suprema dell’India affinché ne dichiari l’incostituzionalità.

In un Paese in cui ancora le donne hanno un ruolo marginale nella società, poco accesso alla scolarizzazione e al lavoro e il matrimonio rappresenta la principale fonte di sostentamento, il “divorzio breve”, o meglio dire disconoscimento breve rappresenta un atto fortemente discriminatorio, lesivo e soprattutto un’arma di ricatto da parte del marito che sa di poter allontanare dal nucleo familiare la moglie, per qualsiasi motivo anche il più banale e perfino attraverso qualsiasi mezzo di comunicazione: una lettera, una telefonata e oggi anche tramite messaggio whatsapp.

Lo sanno bene diverse donne che hanno denunciato attraverso le pagine dei social network questa loro condizione. Un esempio tra tanti è l’esperienza vissuta da Afreen Rehman, 25 anni, ripudiata dal marito con una lettera per posta prioritaria.

C’è perfino chi ha provato a mostrare l’aspetto positivo di questa pratica, il leader dell’Indian Muslim Personal, Law Board, che aveva dichiarato preferibile un divorzio breve piuttosto piuttosto che uccidere la propria moglie, riferendosi ai numerosi casi di femminicidio che si verificano in India. È evidente che mettere a confronto i due fatti è una forzatura che non regge, non regge perché anche le conseguenze di un ripudio possono essere gravi ed estreme per una donna. Soprattutto in un Paese come l’India tutt’oggi ancorato a tradizioni maschiliste, in cui alle donne non sono riconosciuti diritti fondamentali. In una realtà del genere, è difficile immaginare come una moglie ripudiata, che non ha lavorato, che non riceve sussidi, senza casa, magari con figli minori a carico, e dove probabilmente la sua nuova condizione è vista come una vergogna sociale possa andare avanti senza problemi e rifarsi una vita.

In India il diritto matrimoniale islamico è regolato da una legge approvata sotto il dominio coloniale britannico, il Muslim Personal Law (Shariat) Application Act 1937. Per la legge islamica, deve essere applicato al matrimonio, al divorzio, alla successione, all’eredità e alle proprietà personali delle donne.  Con gli anni questa legge ha consentito di “giustificare” pratiche discriminatorie.

Oggi a farsi promotore della petizione contro questa discriminazione contro le donne è stata “Bhartiya Muslim Mahila Andolan” (Bmma), un’associazione di donne islamiche che in questa battaglia ha l’appoggio dalla Commissione nazionale delle donne (Ncw).