«Ho visto la Madonna e m’ha insegnato ad amare il mio compagno di banco»

Il 15 ottobre Vincenzo Fullone s’unirà civilmente con Alessandro. Il veggente di Crosia si racconta a Pride Online: dalle apparizioni alle stimmate, dalla lotta per la Palestina alla vita in Medio Oriente

«Ho visto la Madonna e m’ha insegnato ad amare il mio compagno di banco»

Nato il 13 agosto 1972, Vincenzo Fullone ha 44 anni e da tre anni vive in Medio Oriente. Di lui s’è parlato a lungo sui giornali e in tv quando, 14enne, disse di vedere la Madonna. Anche Enzo Biagi si recò a intervistarlo, spingendosi fino a Crosia, piccolo comune del Cosentino. In quel remoto angolo dello Stivale giunsero tra il 1987 e il 1994 centinaia di migliaia di persone alla ricerca di serenità, gioia, forza. Anche il mondo ecclesiastico s’interessò all’adolescente calabrese. Cardinali, vescovi, sacerdoti lo incontrarono e ne rimasero conquisi. Vincenzo fu oggetto di visite mediche e d’analisi da parte di teologi di fama come René Laurentin, che ne rimase favorevolmente colpito. Nel 2015 si tornò a parlare di lui, quando fu realizzato il docufilm “Vincenzo da Crosia”. Poi la rivelazione ultima sul suo profilo fb. Sabato 15 ottobre si unirà civilmente con Alessandro Lallai, suo compagno di vita da vent’anni. Nell’attesa dell’evento lo abbiamo incontrato nel quartiere romano di S. Lorenzo, per ricostruire la sua non comune vicenda.

Vincenzo, parlare di esperienze spirituali “straordinarie” non è certamente facile. Puoi raccontarmi di quella prima volta?

Certo. Indubbiamente non è facile parlarne. Per me è stato un trauma. Quando entra il soprannaturale nella tua vita, ti stravolge. Non hai più lo stesso contatto con la realtà. Quelle che sono conosciute come le apparizioni di Crosia, sono iniziate nel maggio dell’87. Avevo 14 anni. Ero entrato per giocare nella chiesa diroccata della Madonna della Pietà. Improvvisamente ho visto l’immagine dell’Addolorata piangere. E ho avvertito una presenza, che veniva a colmare un’assenza totale a livello familiare.

In che senso?

Mi portavo un vuoto enorme, avendo subito ripetutamente violenze dall’età di 5 anni. La prima volta fui attirato con una promessa: “Vieni. Ti do le figurine”. E io, ignaro, accettai, non avendo mai ricevuto un gesto d’affetto in famiglia. Ciò che più mi ha segnato è stato il silenzio di mia madre. Ella non mi hai mai chiesto nulla, pur vedendo gli slip sporchi di sangue. A me non importa se mia madre mi amasse o meno. A me faceva male il silenzio d’una madre alla vista di tutto ciò.

Quindi si può dire che quel 23 maggio avvertisti finalmente una presenza materna?

La presenza di Maria non è stata soltanto materna. Per me lei, apparendomi, è diventata il tutto. Premetto di non aver avuto un’educazione cristiana nel senso stretto della parola. La mia non era una famiglia cattolica praticante.

Che cosa successe in seguito?

All’inizio lei non ha parlato. Ha pianto e, in realtà, ha fatto qualcosa che io avrei dovuto fare. I sacerdoti hanno poi spiegato queste lacrime in relazione al peccato. Piangendo, invece, ella mi ha fatto capire che anch’io potevo piangere, potevo liberarmi attraverso le lacrime. Cosa, questa, che fino a quel momento non ero mai riuscito a fare. Io ero andato a giocare, per sfuggire a quelli che, in piazza, mi avrebbe trascinato con vari ricatti per abusare di me. Perché la voce se l’erano passata. “Se non vieni a farlo – mi dicevano – lo dico a tuo padre”. Il solo pensiero mi terrorizzava. Poi il 25 maggio mi ha parlato. Era domenica.

Che cosa ricordi di quel giorno?

img_2073Lei mi ha chiamato: “Vincenzo”. Col mio nome e non con i diminutivi come facevano in famiglia o in paese. Avevo pensato in un primo tempo che fosse la mia maestra. Poi, quando ha iniziato a parlare in dialetto, ho capito che non poteva essere la mia insegnante. Inizialmente ho avuto paura e lei: “Vincenzo, veni a ‘cca. Nun te spagnare” (Vincenzo, vieni qua. Non spaventarti). Come faccio a non spaventarmi, pensavo? Continuò: “Iu sugnu mammeta”. Alla paura era subentrata la gioia. Ero estasiato. E, poi, un’espressione per me di difficile comprensione all’epoca: “Iu sugnu a mamma de tutt’e mamme”. È stato in quel momento che mi sono alzato e sono andato verso l’altare maggiore. E lei ha continuato a parlare, dicendomi che il mondo andava verso il precipizio. “Iu so venuta ‘cca pe ve salva – mi disse – .Vi voglio qui domani alla stessa ora (cioè alle 16.30). Vallo a dire al sacerdote. Portale st’ ambasciata: Pregate, convertitevi, credete al Vangelo. Il giorno è ormai vicino. Il momento della fine è ormai vicino” (dopo ho capito che si trattava d’un discorso escatologico). E io: “Chi gliela porta sta ambasciata?”. E lei: “Iu sugnu la Vergine della pace e dei miracoli”. Son tornato a casa e poi lei ha continuato a parlarmi fino al 23 maggio del 2010.

Con che cadenza?

I messaggi all’inizio sono stati quasi tutti i giorni per un anno. Una vita spappolata. La gente vedeva che mi riprendevo dall’estasi e il prete mi faceva subito dire il messaggio, perché era quello che il vescovo voleva. Successivamente, ogni sabato. Quindi il 23 di ogni mese e in alcune date fisse come il 5 agosto, il 14 settembre l’8 dicembre.

Se dovessi sintetizzare il contenuto dei messaggi, con quali parole lo faresti?

Con quelle che lei mi disse il 23 maggio 1992: «L’unico peccato è la mancanza d’amore». E venne a liberarmi. Io avevo 18 anni e avevo per la prima volta baciato un amico. Avevo gli occhi bassi e non osavo alzarli. Poi mi disse quelle parole, che avrei capito in pienezza solo anni dopo. In realtà quel bacio è stato per me come un cortocircuito, perché non ne avevo mai ricevuto uno. È stato liberatorio in quanto il ricordo che avevo del rapporto con gli uomini era violento. È stata lei a educarmi all’amore come mi ha educato quando ho rivissuto la passione attraverso le stimmate. Quelle frustate erano per me una guarigione da quelle violenze inflittemi durante la fanciullezza. Lei a un certo punto ha svegliato la mia carne. Mi sono così piano piano riappropriato della mia corporeità. Dopo gli squarci della flagellazione mistica avvertivo il bisogno d’essere accarezzato.

Qual è stata la posizione ecclesiastica sui fatti di Crosia?

All’inizio, di piena apertura. Mons. Serafino Sprovieri, l’allora arcivescovo di Rossano, istituì due commissioni, al termine dei cui lavori la chiesina della Pietà fu eretta in santuario e fu autorizzato il culto alla Vergine della Pace e dei Miracoli. Poi Sprovieri fu trasferito a Benevento, perché il suo aperto appoggio ai fatti di Crosia aveva infastidito alcuni vescovi calabresi. Il successore istituì una nuova commissione, che si avvalse unicamente di testimoni a me contrari.

All’epoca tu avevi però intrapreso il cammino verso il sacerdozio. Come mai questa decisione, pur sapendo cosa avrebbe comportato?

Essa mi era stata instillata da coloro che mi erano attorno. Io ero completamente soggetto a quanto mi era successo. La prospettiva della rinuncia non mi atterriva, perché la mia sessualità era completamente annullata. Nel 1994, col sostegno di mons. Sprovieri, ho iniziato a frequentare la Pontificia Università Urbaniana. Il presule aveva affidato me e altri 4 ragazzi, legati a Crosia, alle cure di mons. Giovanni D’Ercole, che all’epoca era in Segreteria di Stato. Alla Pontificia nel ’95 ho conosciuto Alessandro.

Ma poi questo percorso s’è concluso. Per tua decisione?

No, per intervento del segretario della Congregazione per l’Educazione cattolica, che dal successore di Sprovieri a Rossano aveva ricevuto un dossier su di me. 4 ex tossicodipendenti, avevano dichiarato d’aver fatto sesso con me. E non era vero. Non mi fu data nessuna possibilità di difesa. Gli altri amici, che erano in seminario, furono posti davanti a un aut-aut: o me o sacerdozio. Ritenevano che io li plagiassi. Ma essi hanno preferito abbandonare il cammino di formazione.

In quegli anni qual è stato il tuo rapporto con Alessandro?
Con Alessandro mi sono capito subito. Entrambi abbiamo subito saputo d’essere innamorati. Ma il nostro era un amore d’amicizia. Si è poi concretato il 23 novembre del ‘99 quasi a preludio di quanto sarebbe successo di lì a poco. Nel febbraio 2000 abbiamo saputo della decisione del dicastero vaticano. In questo abbiamo visto un segno della nostra storia e abbiamo compreso che si andavano concretizzando in noi quelle parole: «L’unico peccato è la mancanza d’amore».

Che cosa è successo?

Ho capito che la mia strada era stata tracciata e che dovevo subito scendere in piazza. “Mi state dicendo che sono gay – mi sono detto – e io vado coi gay”. Ho partecipato al grande Pride del 2000 ed è iniziato il mio impegno nell’ambito lgbti. Impegno, che è durato fin circa al 2005.

Perché?

In quell’anno ho capito che quel tipo di lotta non mi dava tanto. Era superato. Non mi piacevano alcuni aspetti troppo politicizzati del movimento e un certo perbenismo borghese di taluni esponenti. L’ho capito anche grazie all’incontro casuale con Sami, un giordano venuto a Roma, che purtroppo è morto tragicamente qualche mese fa. Mi sentivo chiamato a un impegno verso i diseredati, gli immigrati, gli ultimi. In realtà i messaggi continuavano a farmi da guida. Lei aveve sempre parlarto di diseredati e d’ingiustizia. E quale situazione più ingiusta di quella palestinese? Così nel 2013 ho deciso di andare a Gaza e vi sono stato 8 mesi.

Successivamente?
A Gaza la situazione stava precipitando e i nostri amici non volevano che restassimo lì. Loro hanno bisogno di noi fuori e non dentro. Usciti da Gaza, non abbiamo potuto più sopportare questo modo di vivere all’occidentale: vuoto e caratterizzato da finte lotte. Così io e Alessandro ci siamo trasferiti in un altro Paese mediorientale, dove viviamo e lavoriamo. Ci sentiamo come dei rifugiati, fuggiti per guarire dalla disumanità dei nostri Paesi occidentali.

Ma adesso tu e Alessandro siete in Italia, per unirvi civilmente. Dove e quando coronerete il vostro sogno?

A Napoli. Sabato 15 ottobre, ore 11.00, al Maschio Angioino. Abbiamo scelto Napoli, perché è l’emblema dell’accoglienza e dell’inclusività. Abbiamo scelto Napoli, perché il suo sindaco De Magistris non è legato a nessuna cordata politica e lotta per gli ultimi. Poi andremo tutti insieme a spaccare i pregiudizi a Spaccanapoli. Sì, perché l’amore si celebra nei vicoli e nelle strade e non in inutili sale da ballo.

Un ultima domanda. Quando hai dato l’annuncio su fb, qual è stata la reazione degli amici? Quale quella soprattutto dei tanti musulmani che conosci?

Sono stati proprio i tanti amici arabi a complimentarsi e ad augurarci ogni bene. A differenza di tanti cattolici, che mi hanno tolto l’amicizia o mi hanno scritto di futura dannazione eterna. A loro e a tutti quelli che la pensano come loro, ripeto quanto scritto su facebook: «Rassegnatevi, noi non siamo figli di un dio minore. Se non riuscite proprio a capire la nostra scelta, ci dispiace, ma dovrete rassegnarvi a vivere all’ombra di un dio minorato, perché l’unico peccato è la mancanza d’amore, e dio è amore».